Aut prodesse volunt aut delectare poetae

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(I poeti vogliono essere utili o divertire – Orazio)

Cefalù (Pa)  – Perché, ancora, un titolo in latino?

Sono un cultore della lingua latina, comunemente intesa “lingua morta“.

Ma come si fà a decretare una lingua “morta”, quando proprio da essa deriva il nostro aulico linguistico periodare, oggi, purtroppo, affetto da plurimi nefasti inglesismi che ne inficiano l’armoniosa purezza?

Per tali motivi amo titolare i miei scritti, in massima parte, con espressioni latine prese in prestito da noti autori.

Ecco spiegato l’arcano.

Inoltre bisogna ammettere che un articolo che si rispetti, o che tenda ad essere rispettato, ammenochè non rivesta carattere di mera cronaca (e questa la lasciamo a chi rifugga da fantasiosi voli pindarici), può nel suo ambito, o deve, contenere un coacervo di notizie, le più disparate, anche non in stretta colleganza fra loro, di pensieri, di argomentazioni, di considerazioni che vivifichino l’interesse del lettore, intellettualmente interessandolo, e, nello stesso tempo, non eludendo l’oggetto primario per cui è stato scritto o che si scriva; in modo tale che, non limitandosi a dissertare sulla concezione base che l’ha fatto partire, si possa spaziare in altri specifici campi librandosi in una dimensione intellettiva che renda, o che cerchi di rendere, gradevole l’assunto o, tantomeno, utile.

Ed a questo prototipo di articolo intendiamo rifarci.

E qui, a proposito del “” che ho testé sopra accentato ad apertura di periodo e che mi riservo di accentare in seguito, nel prosieguo ed oltre, per l’ennesima volta mi vien l’ùzzolo di ritornare su un concetto grammaticale che mi è congeniale. E tale erudita (o pseudo tale) precisazione viene fatta a sollievo di qualche virtuoso scriba, o non scriba, che, trincerandosi dietro un prudente anonimato, abbia a dire, o abbia già detto, come ha, infatti, chiosato per sciorinare la propria brillante competenza, comunque strillando all’untore: “…dopo tanto latinorum, si scivola su una banale buccia di banana…”.

Tale mio modo, indiscutibilmente anomalo, di accentare, infatti, riferito alla terza persona singolare del presente indicativo del verbo fare, non trae affatto origine da una inculturale sfasatura dettata da una volgarissima svista e men che meno da una parziale conoscenza della gloriosa nostra patria grammatica, bensì dalla mia radicata convinzione che l’accentazione, in quel caso e tempo focalizzati, serva a distinguere, più che non lo faccia il montaggio del discorso, esso verbo dalla corrispondente particella temporale “fa“, se non addirittura dalla nota “fa” relativa alla scala musicale della chiave di violino e di quella di basso.

Se le Accademie della Crusca e dei Lincei, ordunque, si tureranno le orecchie venendo a contatto con queste mie, più o meno peregrine considerazioni e costringeranno le palpebre a serrarsi sugli occhi onde evitare una per loro condannabile lettura e, quindi, non mi faranno l’onore di apprezzare ed approvare il supposto e grideranno allo scandalo anziché dichiararsi d’accordo con me su tale materia, beh, che vadano….). E qui mi fermo e cambio registro.

E, notate, ancora non ho intrapreso alcuna dissertazione sull’artista di cui qui intendo trattare.

Ma vi provvedo subito, senza ulteriori ambagi o criticabili digressioni.

Assolto ciò, dunque, passo a tentare di focalizzare il personaggio di Pina Granata, oggetto primario di questo letterario incontro, estroversa verace sensibile poetessa che affida ai suoi versi le pulsioni della propria intimistica natura; in fondo, se vogliamo, alla stregua di quei tanti altri che scrivono con maggiori o minori approfondimenti rivelatori del proprio humus esistenziale.

Lo scrivere, in generale, è il liberarsi del magma interiore dei nostri pullulanti pensieri, delle nostre pungenti angosce, delle nostre cocenti delusioni, delle nostre continue insoddisfazioni; magma che, coatto, compresso e spesso celato per pudore o timidezza, deve ad un certo momento della vita catartica di un essere umano erompere, esternarsi, tracimare i ferrei limiti ai quali lo sottoponiamo, affinché col suo fuoruscire, col suo impetuoso rivelarsi, col suo improvviso esternarsi, quasi una cateratta dirompente, ci faccia star psicologicamente meglio e ci spinga, accettandoci, a continuare a vivere corroborati da una rinnovata intellettiva verginità.

G. Rigutini nel suo rigoroso saggio “Della poesìa” contenuto nel volume Rettorica (pubblicato nel 1887 per i tipi di Paggi – Firenze) esprime un concetto basilare sull’arte poetica che non è disutile qui riportare: “La poesìa – egli assume – è il linguaggio del cuore commosso e della fantasìa agitata, espresso in parole legate da numero e sottoposte ad una legge metrica”; ed aggiunge ancora: “Quindi i suoi elementi sono i concetti, le immagini e la passione; il mezzo entrinseco, il metro; l’oggetto, la imitazione del bello; il fine, il diletto e l’utile dilettevole“.

Niente di più vero ed assodato. E ad essa poesìa, come il naufrago in pericolo di vita nello sterminato infido oceano alla ipotetica trave galleggiante, ci si aggrappa fiduciosi perché in essa si cerca e si riesce a trovare quel ristoro, quella serenità a cui si ambisce, sollevati dalle pastoie del dolore che l’esistenza non manca, inesorabile, di elargire a ciascuno.

Ho avuto l’onore ed il piacere di conoscere ed apprezzare Pina Granata, la Prof.ssa Giuseppina Granata, stimata Insegnante adusa a collaterali manifestazioni culturali, qualche anno fa (ecco il “fa” che, secondo me, non va accentato in quanto semplice particella temporale e non verbo!) grazie ai buoni uffici dell’amico Antonio Barracato, pigmalione di chiara rinomanza (pluripremiato quant’altri mai in concorsi nazionali), in occasione di una delle sue molteplici esibizioni con la compagine de “I Narratura“, organismo dallo Stesso creato e mirabilmente condotto.

Poeta lui, poetessa lei. E’ chiaro e lampante, dal momento che “similes cum similibus facillime congregantur“, che qui navighiamo nell’immenso pelago di una fiorente linfa lirica.

Il 23 Aprile scorso, infatti, alle ore 16, in quel del comunale artistico Teatro Cicero, in Cefalù, si è svolto un simposio nel quale la Stessa ha presentato ad un attento e scelto pubblico la sua più recente silloge dall’esplicativo titolo “La libertà degli aquiloni“.

La poetessa, nell’intervista concessa alla Giornalista Mirella Mascellino in calce a tale presentazione, dispiega con la massima sincerità le volute del suo animo, schietto e lungimirante, continuando quel processo liberatorio già ampiamente realizzato e reso efficace con la versificazione dei suoi più riposti sentimenti.

E’ alla sua terza produzione poetica, la Nostra, dopo “I miei voli” (2013) e “In cammino verso le stelle” (2015).

Dai titoli delle liriche incluse nel testo già appare palese l’indirizzo della poetica rivelarice dell’aspirazione intima dell’autrice a cercare una propria dimensione negli spazi siderali dell’arte dove il condizionamento dalle traversìe terrene è bandito.

Ciò che subito emerge e si appalesa nella intera produzione lirica della Nostra è il cocente dolore, soffuso di malinconìa, causatole dalla perdita del proprio amato padre. Verso questi, oltre al grande affetto che la legava a lui, nutriva anche una viscerale ammirazione per tutti gli insegnamenti che dallo Stesso aveva tratto.

Questo struggente ricordo, questa consumata amarezza, questa indissolubile angosciante memoria dell’uomo che fu e che rimane costantemente vivo e vegeto nel pensiero di lei, di lei che con umiltà dichiara di non sapere e di non credere di essere una poetessa ma soltanto una donna che cerca e trova nei versi quella serenità che lenisce la sua persistente ambascia, è la linfa che regola il verso di un animo sensibile dove la rabbia si accomuna ad una ragionata rassegnazione e la fiducia nell’esistenza in un’altra dimensione diventa speranzosa certezza.

Dai versi, il bisogno vitale di librarsi in un etere purificato dalle terrene passioni viene fuori, sincero, impellente, irrefrenabile, evidenziando la ricerca di una libertà assoluta, tuttavia ancorata alla concretezza esistenziale onde evitare di potersi dissolvere negli inconosciuti meandri di una irrealtà nella quale si “…possano perdere quelle certezze che sono poi le nostre sicurezze…” (sic).

Così, infatti, Ella risponde ad una specifica domanda della superiormente citata intervistatrice.

L’incontro di lei con la poesìa, nella quale si è rifugiata, è avvenuto tardi, dopo i quarant’anni; a seguito del trauma subìto.

Mi dà sempre un certo imbarazzo scandagliare l’animo umano costantemente in cerca di una risorsa interiore da cui trarre la forza primaria che lo supporti e sostenga. Eppure, attraverso questo immergersi in una aliena dimensione intima e personale, attraverso questo particolare curiosare nell’animo altrui violandone la privacy, spesso si riesce a crescere ed a capire se stessi.

I poeti vogliono essere utili o divertire“, cita il titolo desunto dall’ “Ars poetica” di Orazio che connota questo mio esporre; esso scandaglia la presente disamina caratterizzandola.

E’ innegabile che il riferito luttuoso avvenimento, doloroso e traumatizzante, ha incardinato di più nell’animo dell’artista il senso di una realtà dove “niente è facile, ma tutto è possibile“.

Il senso del tragico, tuttavia rivisitato ed accettato come una condizione ineludibile nella terrena esistenza, a ben riguardare viene fuori a fiotti da liriche dello stampo di “L’amaro di ogni giorno” o di “Preferisco il silenzio” o di “Silenzio senza rumore” o ancora di “Il pensiero di te, papà“. Da esse liriche si desume che la vita non può essere gaia, senza contemporaneamente essere lambita da sprazzi di sofferenza.

L’ Autrice stessa, scrivendo, rivela la parte più profonda di sé. Tutti i suoi pensieri sono rivolti al padre defunto e dalla sua memoria condizionati. Il padre è una figura immanente nella sua realtà, imprescindibile e concreta; e le espressioni formulate, estrapolate dalla silloge e sublimate dal lirismo che le pervade, ne sono una chiara e sincera testimonianza.

Ella, quasi in una confessione, dichiara alla giornalista: “…La mia poesìa nasce dal dolore che mi ha provocato un disagio che si alleviava scrivendo…qualsiasi cosa o pensiero…” o “…La poesia aiuta a superare gli ostacoli…aiuta a vivere…“; e riconosce“…Certo ho ancora delle prove da superare…Non sono più la Pina di 10 anni fa…”-

Eppure, per quanto possa negarlo, la Nostra è sempre la Pina dei dieci anni prima; l’humus che la contraddistingue e che ne ha forgiato e forgia il carattere è sempre identico. E’ cambiata soltanto una importante componente del suo profondo “io“: la non ribellione alla realtà e la incondizionata resa alla ineluttabilità della stessa; sono soltanto il trauma subito e la quotidiana esperienza che rendono l’accettazione del dolore in maniera diversa e più comprensiva.

Il fato, l’imprevedibile ed agnostico fato che “atterra e suscita, che affanna e che consola” è sempre là, dietro l’angolo, pronto e combattivo come sempre. Ed è proprio questa stimolante spada di Damocle che forgia e tempra l’animo, nobilitandolo e purificandolo dalle intimistiche scorie della esistenzialità,

“…Sopravviviamo in superficie…” prorompe la Granata ne “L’amaro di ogni giorno; “…Usare parole alate per raggiungere anime mai dimenticate…” dice in “Preferire il silenzio”; “…Le stelle sono retaggi di sogni senza tangibili realtà…” afferma ancora in “Silenzio senza rumore; “…Riempire vuoti impossibili da colmare…” ipotizza in “Un angolo d’universo; e, ancora “…Aver vissuto abbastanza, avere sprecato tanto…” riconosce in “L’età dell’autunno; ed auspica “…E le mie lacrime in compagnia del mio dolore abbiano un senso…” in “Il pensiero di te, papà”; e “…L’orizzonte non sfiora più il mare, io non ho più te…” in “Non ci sei più”; “…Non eri tu…neanche la giacca di tweed era tua…” in “La giacca di tweed”; e poi “…non hai lasciato vuoti, tutto è pieno di te…” in “Grazie”; e, infine “…regalarsi tempo per scrivere la vita…” in “Tempo”.

Concetti mirabili, intense espressioni che le emozioni non lesinano.

Sensibilità arcana, motivata e sostenuta dalla concatenazione dei sentimenti avulsi dalle pastoie di qualsiasi latente protagonismo, affiora veemente da questi profondi pensieri che più che dalla mente vengono su dal cuore.

Il cuore e la mente, eterno insondabile binomio, gocce di perle nello stagno della vita.

E’ una grande donna, la Granata; una poetessa vera. E non sa di esserlo.

La libertà degli Aquiloni, questo suo recentissimo testo, supportato da una forbita presentazione di Antonio Franco, è, come il deamicisiano libro “Cuore“, uno scrigno di avvedute riflessioni.

Già il parterre dei Relatori dà contezza della valenza della poetessa Granata:

Antonio Franco, Presidente del Consiglio del Comune di Cefalù, scrittore (“Le radici e le pietre” edizioni Misuraca, saggio su Cefalù antica), docente di latino e greco presso il locale Liceo Classico Mandralisca e da alcuni anni Cultore di storia antica presso la facoltà di lettere dell’Università agli studi di Palermo; insignito del premio “Ruggero II”, ha al suo attivo altre pubblicazioni accademiche.

Antoniella Marinaro (da me ripetutamente citata in molteplici altre occasioni per la sua verve, per la sua cultura, per il suo modo cordiale di porgere e di stare a sentire), Avvocatessa di vaglia, Assessora al Comune di Cefalù, onnipresente in incontri culturali nella nostra città e altrove

Santa Franco, poliedrica Insegnante presso l’Istituto Comprensivo “Nicola Botta” a Cefalù; interessata sempre a problemi sociali e politici rivestendo anche incarichi istituzionali e ruoli di partito. Protagonista di incontri e dibattiti culturali su argomenti letterari, artistici, antropologici, sociologici, impegnata da sempre a promuovere l’arte del narrare e protagonista di vari incontri finalizzati alla valorizzazione del linguaggio. Scrittrice feconda “Donne di Zagara” (edizioni Arianna 2016), nel quale testo che raggruppa diversi racconti dipanati da una voce narrante, emblema di donne che la nebbia aveva avvolto nell’oblio, predilige il vernacolo, nella sua forma più veridica del siciliano antico. .

Miriam Cerami, che unisce la prestanza fisica alla sua naturale vena artistica. Insegnante moderatrice d’incontri. Scrittrice (” Addio malaria, il novecento tra storia e memoriaIl centro antimalarico di Lascari). Laureata in D.A.M.S., indirizzo arte; diplomata al master di 2° livello in Mediazione culturale e didattica museale, abilitata all’insegnamento per le classi di concorso in “Arte e Immagine” e “Disegno e storia dell’arte”, Curatrice di itinerari e laboratori didattici al museo archeologico Salinas di Palermo, nonché Presidentessa dell’Associazione Culturale “Amici dell’archivio di Stato di Termini Imerese”. Componente del C.D.A. dell’Istituzione “Spazi socio- culturali ospedaletto di Lascari”. Collabora con la rivista “Espero”..

Mirella Mascellino, Insegnante di lettere e giornalista presso il Giornale di Sicilia e la rivista “Noi Donne”;

Ripeto: bastano questi nomi e la loro partecipazione al simposio, ad acclarare la valenza della Nostra.

I predetti Antonio Barracato, Antonio Franco, Antoniella Marinaro e Santa Franco hanno letto alcune poesìe contenute nella silloge. Serafino Barbera, pittore e musicista, con la sua inimitabile chitarra ha in sottofondo supportato la parte musicale della manifestazione.

Fra gli altri presenti in sala: l’On.le Giuseppe Di Maggio ed il Presidente del Consiglio Comunale di Campofelice Rocc., Dr. Emanuele Sceusi.

La manifestazione si è conclusa al tramonto; ed il tramonto, come assume lo scrittore Roberto Emanuelli nel suo libro “E allora baciami“, testo che porta nel frontespizio una bella foto di Danila Saja, non vuol significare la fine di una giornata, di un quotidiano, di una qualche cosa in generale; ma l’inizio di un’altra diversa dimensione: l’alba della notte.

Giuseppe Maggiore

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