Salvatore Spinuzza, generoso esponente del nostro risorgimento

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Cefalù (Pa) – Prologo:

Oggi, in un periodo storico in cui certi valori sono disattesi o, nel migliore dei casi, obsoleti, ripropongo con qualche lieve modifica il mio testo che segue così come è stato pubblicato nell’Ottobre del 2000 su “Il Corriere delle Madonie”, sperando che possa nuovamente suscitare interesse a chi si attarderà a leggerlo.

La vicenda politica ed umana appresso riesumata è stata da me a suo tempo composta collazionando notizie tratte da appunti di Franco Spiridione (facente parte della spedizione garibaldina nel 1860), di Edoardo Falletta, Pasquale Matassa, Giovanni Vazzana (compianto Maestro Venerabile della Loggia Massonica che porta il nome dell’eroe cefaludese di cui si tratta), Salvatore Di Fatta e da aneddoti oralmente fornitimi da Giuseppina Bianca Maggio.

Tale saggio, sia allora che adesso, è stato approntato non per perseguire velleità storiografiche (che mi sono del tutto estranee), ma da servire come base da cui poter trarre un film nella felice ipotesi che una qualsiasi Produzione, costituita o da costituire ad hoc, volesse finanziarlo.

In questo spirito, infatti, sempre alcuni anni fa, partendo, appunto, dall’assunto in esame, ho redatto un treatment ed una sceneggiatura cinematografica sul patriota dal titolo “Il Diario”; copia di tale lavoro è stata da me regalata alla Fondazione Culturale Mandralisca presso la quale si trova in essere.

Della vita intima di Salvatore Spinuzza, che visse appena 170 anni fa, si sa poco, molto poco. E le vicissitudini dell’Uomo e del Martire, del Patriota ed Eroe, di cui si sconosce financo la tomba, appaiono nebulose ed incerte.

Nell’intento, quindi, di ridestare l’attenzione su questa gloriosa figura del nostro recente passato cittadino ed al fine di rinverdire l’ipotesi di una ipotetica realizzazione cinematografica della vicenda questo testo viene riproposto alle stampe.

Synopsis:

“Spinuzza nasce a Cefalù il 18 Dicembre dell’anno 1829.

Appena diciannovenne abbandona gli studi regolari e, assieme al barone Francesco Bentivegna da Mezzojuso, entra a pieno titolo a far parte dei moti rivoluzionari che scoppiarono per liberare la Sicilia dall’insostenibile giogo della dominazione borbonica.

Arrestato una prima volta nel 1849, viene, dopo gli usuali accertamenti di polizia ed attesa la sua giovanissima età , rimesso in libertà con l’ammonizione di non più cospirare. Ma lo Spinuzza è ben lontano, per temperamento e per ideologìa, dal mantenersi in una posizione passiva, da spettatore, dinanzi ai fermenti patriottici che alitano nella gioventù siciliana; riprende, infatti, i contatti col Bentivegna e, di conseguenza, la sua instancabile attività di contestatore dell’imperante regime borbonico.

A causa di ciò viene nuovamente arrestato.

E, precisamente, all’imbrunire del 19 Gennaio del 1853, il Tenente Giuseppe De Simone, accompagnato dall’Ispettore di Polizia Antonino Cardosi, da cinque compagni d’arme, dal Sergente Onofrio Gallo e dai gendarmi Gaetano Scannapico e Pietro Tempesta, portatosi nella contrada Pietramarina del territorio di Cefalù, circonda la casa rurale degli eredi Spinuzza, ne forza la porta e sorprende dentro il Nostro in conciliabolo con tali Pasquale Doto, Giuseppe Bianca e Rosario Grasso, tutti facenti parte del clandestino movimento insurrezionalista.

Il De Simone ed i suoi accoliti frugano in ogni luogo e perquisiscono minuziosamente i presenti in cerca di prove a carico dei medesimi e trovano in un panciotto dello Spinuzza una nota con nomi convenzionali, una lettera a firma di Giovanni Curatolo e due altre sottoscritte dai fratelli Antonio e Francesco Daddi: patrioti della più bell’acqua, da tempo ben noti alle Forze del regime.

I fermati vengono momentaneamente condotti a Cefalù e segregati nelle regie carceri e, successivamente trasferiti a Palermo dopo un penoso sfiancante viaggio, buttati in un’orrenda segreta del Real Forte di Castellammare, a quel tempo governato dal Comandante Costanzo.

Il 30 Gennaio dello stesso anno (1853), lo Spinuzza, considerato dalla polizia come uno del capi del Comitato Rivoluzionario di Cefalù, viene condotto alla presenza del Tenente Francesco Vigilante, Commissario del Consiglio di Guerra del 50° Battaglione Cacciatori, assistito dal Cancelliere Luigi Intenti, secondo Sergente del Corpo Medesimo e da alquanti sbirri.

Da costoro viene interrogato e, alle sue reticenti risposte, battuto a sangue ed accusato di non voler collaborare e di voler depistare le indagini.

Così nell’umida cella assegnatagli lo Spinuzza trascorre tre anni della sua giovane vita fra indicibili torture morali e fisici disagi.

Liberato nel Gennaio del 1856 ritorna in seno alla sua famiglia a Cefalù, rimanendo, tuttavia, sorvegliato speciale.

Ma il Nostro non tradisce la sua missione rivoluzionaria e continua la sua opera infervorando gli animi e mantenendo contatti con altri adepti; riceve ed impartisce ordini e si reca persino a Bagheria eludendo la stretta sorveglianza dei segugi borbonici.

Tuttavia il Direttore di Polizia Salvatore Maniscalco ne appura i movimenti clandestini e così il giovane rivoluzionario viene arrestato per la terza volta e nuovamente rinchiuso nelle regie carceri di Cefalù (attuali locali dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo).

Mentre qui langue, il 25 Novembre dello stesso 1856, sull’imbrunire, nel vicolo Caracciolo (oggi via Caracciolo) si ode uno sparo.

E’ la Cefalù ardimentosa che insorge perseguendo l’deale della tanto agognata libertà.

Fra i rivoltosi campeggiano Salvatore Guarneri, i fratelli Carlo e Nicola Botta, Stefano e Salvatore Maranto, Giuseppe Re, Giuseppe Vazzana, Rosario Culotta, Giovanni Presti, Giovanni Gallo, Salvatore Amato, Serafino Greco e Giovanni Palamara, tutti seguiti da una turba infiammata da irrefrenabile ardore patriottico.

Costoro assalgono il carcere, ne abbattono la porta e liberano lo Spinuzza il quale si pone subito alla guida degli insorti e, assieme, assaltano il posto di guardia e catturano l’Ispettore di Polizia Scavuzzo che rimane vivo solo per l’energico interessamento di Salvatore Guarneri.

Cresciuti, quindi, di numero e d’audacia, disarmano i componenti della Forza Doganale, abbattono i telegrafi del Castello e del Capo Praia, invadono l’abitazione del Sottointendente, del Sottoispettore del Macino, degli impiegati della forza e di quant’altre autorità del luogo e corrono alla Casa Comunale e al Giudicato d’Istruzione (oggi Pretura) dove distruggono lo stemma del Governo, deturpano l’effigie dei sovrani, mettono sossopra le carte, i reperti, gli atti dei processi in itinere e tornano a tarda notte, stanchi ed ebbri di vittoria, alle proprie case.

L’indomani, all’alba, si riuniscono di nuovo, inviano messaggi ed incitamenti ai Comuni vicini ed attraversano la città annunziando che a Palermo è già sbarcato un contingente inglese per soccorrerli nella conquista della libertà.

La notizia diffusa non può che rinvigorire il comune dilagante entusiasmo. Fra gli accesi animi si segnala per ardimento, per fede e per zelo, un cappuccino della provincia della Basilicata, tale Padre Alfonso. Costui incita ad abbattere la tirannide insegnando che è cosa buona e giusta e santa morire per la patria.

Sotto tale sprone, a sera, esce da Cefalù una schiera di uomini a cavallo guidata da Alessandro Guarneri al grido di “Viva la Libertà!”. La comitiva si dirige a Collesano e prosegue, poi, per Gratteri dove passa la notte e, l’indomani, fà ritorno a Cafalù conducendo seco Francesco Bonafede. Trova, però, il paese in subbuglio; una qual certa agitazione alligna e serpeggia fra gli abitanti del luogo perché, attraverso la fosca atmosfera determinata da un clima infido, piovoso e nebbioso (da tragedia greca), si scorge non molto lontano fra la spuma del mare agitato una nave che si avvicina rapidamente alla spiaggia. E ben presto se ne distingue anche la bandiera: l’odiato vessillo borbonico; in più, alla incerta luce riflessa dalle nuvole, si intravede sulla tolda del natante un luccichio d’armi ed un assembramento d’armati, sicché un fondato timore invade gli animi.

La folla raccolta diserta subito la spiaggia ed i cospiratori, Spinuzza, Botta, Guarneri, Maranto ed altri, ritenendo insostenibile e vana ogni possibile resistenza, si salutano abbracciandosi e si danno alla fuga.

Ma le spie della polizia borbonica non deludono i loro capi.

Il 30 Novembre 1856, infatti, in contrada Petraro nella zona di Gibilmanna viene arrestato il Dott. Salvatore Guarneri di Vincenzo. E dopo l’esecuzione del barone Francesco Bentivegna, avvenuta in Mezzojuso il 21 Dicembre del 1856, il Luogotenente di Polizia, volendo terrorizzare di Distretto di Cefalù, deferisce al Consiglio di guerra il detto prigioniero.

Tale Consiglio, presieduto dal Cav. Giuseppe Giordano, si riunisce ed il Commissario del Re, Cav. Cesare Schettini, escusse le carte, chiede per l’accusato la pena di morte; pena che viene poi commutata in 18 anni di lavori forzati.

Ma si vogliono in mano i veri capi della rivolta; e lo Spinuzza è a buon diritto, come sopra evidenziato, considerato il primo della lista.

Il Sottointendente di Cefalù, sollecitato dal Direttore Generale di Polizia, convoca in data 26 Dicembre 1856 il Capitano Gambaro e gli ingiunge di arrestare subito tutti i patrioti che hanno ideato, partecipato e condotto la rivolta nel cefaludese, avvertendolo che in difetto di pronta fruttuosa esecuzione dell’ordine l’avrebbe immediatamente destituito.

Il Gambaro, a tale minaccia, si mette le ali ai piedi. Infaticabile, si reca a Geraci, a Gangi, a S.Mauro Castelverde, visita cascine, perquisisce fattorie, grotte, case rurali; interroga, spia, confabula con informatori. Ma senza ottenere alcun apprezzabile risultato. Tanto che il Graduato gli revoca l’incarico, come gli aveva comminato, e lo affida all’Ispettore Bajona ed al Capitano Chinnici.

A costoro, messisi subito all’opera, viene fatto di intercettare una corrispondenza da cui si rileva che i fuggiaschi sono in relazione in Patti con tale Raimondo Dixdomini, ed in Pettineo ed in Santo Stefano di Camastra con Gioacchino Minneci e Giuseppe Giglia; persone che avrebbero dovuto procurare loro un imbarco nella marina di Patti per abbandonare la Sicilia.

La corrispondenza in esame è costituita da una lettera che da una località imprecisata dell’isola lo Spinuzza ha inviato, a mezzo di un compiacente messo, al proprio fratello Antonino, in Cefalù, chiedendogli che gli procurasse del denaro e di farlo pervenire al Dixidomini il quale, per il tramite di Minneci e di Giglia, glielo avrebbe fatto recapitare.

Ma era accaduto, purtroppo, che il latore, non avendo potuto consegnare la lettera al legittimo destinatario (Spinuzza Antonino), stante che questi era già stato arrestato, aveva pensato bene di consegnarla al di lui cognato, Clemente Marsiglia, il quale, non sapendo come assolvere all’impegno, l’aveva trasmessa al proprio suocero, Vincenzo Fratantoni, Ricevitore Distrettuale. Insomma, un infelice giro inconcludente.

Il Fratantoni, accanito filoborbonico, sia per consolidare la propria posizione presso il regime, che per ottenere qualche commenda, aveva subito consegnato la lettera al Chinnici, che, dal canto suo, non aveva mancato di allertare i suoi sgherri.

Forte di tali appurate notizie, nella notte del 5 Febbraio 1857 lo Stesso piomba in Patti nella casa di Dixidomini, che, messo alle strette, confessa che lo Spinuzza ed i suoi compagni si nascondono in Pettineo in un cascinale di proprietà del Dott. Giovanni Sirena.

Chinnici parte, allora, di volata, seguito dalla sua truppa e conducendo con sé il Dixidomini, alla volta di Pettineo dove perviene la sera del 6 Febbraio 1857. Il Sirena viene subito arrestato, ma non senza rumore, tanto che la notizia, portata da un fidato massaro del dottore che era stato presente all’arresto, arriva ai fuggiaschi asserragliati nel saputo cascinale.

Così essi, non ritenendo più opportuno fuggire perché sanno che i dintorni sono scrupolosamente battuti da numerosi drappello di compagni d’arme, risolvono di difendere la propria libertà. E si barricano armandosi come meglio possono.

Alll’alba del 7 Febbraio 1857 un nutrito contingente di armati, coadiuvato da un congruo numero di gente del luogo, cinge d’assedio il cascinale precludendo agli assediati ogni via di scampo.

Inizia l’assalto ed il combattimento dura per ben nove ore; allo scadere delle quali, esaurite le munizioni, il manipolo dei rivoluzionari, capeggiati dallo Spinuzza, è costretto ad arrendersi.

E così a cadere nelle mani dei Borboni, oltre allo stesso nostro concittadino che allora contava appena 28 anni, sono: i fratelli Carlo e Nicola Botta, rispettivamente di 19 e di 22 anni, Alessandro Guarneri di anni 26 e Andrea Maggio di anni 28.

I “banditi” (come era stato fatto credere agli abitanti di Pettineo) vengono condotti a Santo Srefano di Camastra, da qui a Tusa ed infine a Cefalù. A tappe, da Cefalù, e dopo un tremendo viaggio sotto la scorta dell’inflessibile Capitano De Simone, vengono trasferiti a Palermo dove arrivano il 12 Febbraio 1857. Spinuzza e compagni vengono rinchiusi nella fortezza di Castellammare dove il 10 Marzo 1857 si riunisce il Consiglio di Guerra per giudicarli.

Tutti solidalmente vengono accusati di cospirazione contro il Real Governo, di resistenza alla Forza Pubblica, di furti a vari cittadini e funzionari pubblici, di devastazioni, di incendi, di saccheggi e d’altre imprecisate infamie e vengono condannati alla pena di morte a mente dell’articolo 23 dell’allora codice militare borbonico; tuttavia per tutti gli altri la pena è commutata in lavori forzati e resta esecutiva per il solo Spinuzza.

Nella sera dell’11 Marzo 1857 i condannati vengono tradotti sul piazzale del castello per ascoltare la lettura della sentenza. Spinuzza ha un fremito a recepire l’entità della sua condanna ed il De Simone che se ne accorge ghignando gli si avvicina e schernendolo gli dice: “Ora tremi? E che farai quando dovrai morire?”. Gli dà, quindi, uno spintone e lo manda a ruzzolare fra le ruote della carrozza che lo aveva trasportato.

Il condannato si sarebbe dovuto tradurre a Cefalù per l’esecuzione capitale per via di terra; ma la decisione, per motivi di cautela, temendo che per qualche ipotetico colpo di mano il prigioniero potesse venire liberato, subisce un radicale cambiamento.

Così, verso le ore 16 del 13 Marzo 1857, Spinuzza, circondato da numerosa scorta, viene imbarcato sul piroscafo “Guiscardo”, che, quasi subito, su un mare fortemente agitato salpa dirigendosi a Cefalù.

Durante il tragitto, poiché il fortunale infuria e non demorde, il giovane in ceppi, esposto sulla tolda ai rigori dei venti ed agli schizzi di spuma che tracimano le fiancate del legno, chiede di esser posto in altro luogo. Ma è ancora il De Simone che lo insolentisce con un altro scherno. Gli dice: “Non aver paura di catarro. Mò, mò arrivi a Cefalù e guarisci da ogni male!”

Raggiunta la città dopo qualche ora di viaggio, data la furia del mare non è possibile effettuare subito lo sbarco; si deve aspettare la sera perche lo stesso avvenga.

Così, sbarcato che fu, il condannato, sempre in mezzo a numerosa truppa, viene condotto nella Chiesa della Catena (che si trova nella odierna Piazza Garibaldi, allora intesa “Piazza Superiore”), sacrario ubicato nelle vicinanze dell’abitazione dello stesso patriota la cui via di accesso oggi porta il suo nome.

Quivi egli trascorre l’ultima notte della sua vita assistito e confortato dal Canonico Francesco Miceli. Redige il suo testamento disponendo che quanto gli appartenga venga elargito ai poveri, recide di propria mano una ciocca dei suoi capelli e la destina all’amata sorella, in sua memoria, dona allo stesso canonico un suo fine fazzoletto e l’abbraccia e lo bacia in segno di estremo addio scongiurandolo di non abbandonarlo nemmeno per un istante durante quella terribile notte. Dona, infine, il suo orologio al sagrista e si prostra in raccoglimento dinanzi all’Altare ripetendo con voluta serenità “…Io perdono, Signore, i miei nemici, come Voi, sulla Croce, perdonaste i Vostri persecutori…”

L’indomani, fiancheggiato dai gendarmi, viene fatto uscire sulla piazza antistante la Chiesa. Egli, scendendo per la scalinata, lascia cadere il suo mantello sulle spalle di un povero che ai margini staziona speranzoso in elemosine; vien fatto mettere con le spalle al muro dirimpetto dove opportunamente era stato innalzato un quadrato di tavole.

Spinuzza volge una lenta amara occhiata in giro. Guarda le facce, le espressioni e gli occhi lucidi di quanti stanno ad osservare la scena e pronunzia con tono fermo ma accorato ed amaro: “…Possa il sangue mio e dell’amico Francesco Bentivegna essere la salvezza della Patria…”

Viene bendato e lasciato al sacerdote che gli prodiga gli ultimi conforti della religione.

Poi rimane solo.

Giuseppe Maggiore, scrittore e regista cinematrografico

E’ nel fiore dell’età.

La scarica micidiale che lo abbatte a terra ha luogo seguita da un silenzio atono, mentre l’acre fumo degli spari inonda l’ambiente.

Sono le 13,14 del 14 Marzo 1857.”

Giuseppe Maggiore

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