I vasai del Rinascimento. A cura di Alessandro Delfino, Roberto Meneghini (parte I)

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Roma – “I Fori dopo i Fori. La vita quotidiana nell’area dei Fori Imperiali dopo l’antichità”. Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali (30 marzo – 10 settembre). Riportiamo per i lettori il testo “I vasai del Rinascimento” curato da Roberto Meneghini.

«Alla fine del Quattrocento Roma si trovava in una situazione di pieno incremento demografico ed era caratterizzata da una crescente presenza di immigrati provenienti da molte parti d’Italia. Era questa una conseguenza della stabilità politica e sociale seguita al ritorno del papa da Avignone nel 1377 e del rafforzamento della Curia romana. Ciò provocò l’inurbamento di numerosi lavoratori immigrati secondo una tendenza costante destinata a interrompersi temporaneamente solo con il sacco del 1527. Tra questi lavoratori c’erano anche molti vasai che, attratti dalle possibilità di espansione del mercato, iniziarono a trasferirsi a Roma. Gli scavi dei Fori Imperiali del 1998-2000 hanno permesso di individuare numerose tracce dell’insediamento di questi vasai che nell’area del Foro di Traiano, ai limiti dell’abitato, installarono le loro officine altamente inquinanti (MENEGHINI 1999; MENEGHINI 2006). Contestualmente ai risultati dello scavo le ricerche d’archivio hanno fornito i dati storici necessari per integrare quelli archeologici e delineare un panorama dettagliato (GÜLL 2006). Dal punto di vista archeologico sono stati recuperati due scarichi di maioliche a vari stadi di lavorazione, per un peso di una tonnellata circa di reperti, oltre alla abitazione con bottega di uno di questi artigiani e, quel che risulta più importante, una fornace ottimamente conservata per la produzione delle maioliche nel XVI secolo. Sinora tutte le testimonianze di questo tipo rinvenute a Roma sono state sistematicamente distrutte perché non ritenute di interesse archeologico e solo da pochi decenni si recuperano e si studiano i documenti di questo importante settore produttivo del passato allo scopo di arricchire le conoscenze storiche ed economiche della città. Dallo studio delle fonti d’archivio risulta la presenza, nei primi decenni del Cinquecento presso la chiesa di S. Urbano, delle botteghe di almeno due vasai, di nome Giovanni Boni e Tommaso Valentini, provenienti rispettivamente da Brescia e da Perugia. Di un altro artigiano conosciamo il nome: Sebastiano da Faenza, ma non è chiaro se costui fosse titolare di una terza bottega o se invece non fosse un semplice lavorante. Tutti comunque si erano insediati attorno alla chiesa di S. Urbano perché questa era situata lungo l’ultima fila di edifici prima dell’ampia zona verde costituita dagli orti di S. Basilio e di S. Adriano. Ciò permetteva di realizzare le cotture in un’area dove lo sprigionamento di fumi e miasmi disturbava un minor numero di abitanti e dove si poteva scaricare negli orti le imponenti quantità di detriti non degradabili derivanti dalle cotture mal riuscite o dalle rotture delle forme. I due scarichi di maioliche, detti anche “butti”, rinvenuti nel corso degli scavi sono identificabili proprio come accumuli di scarti di questo tipo. Il più antico di essi fu deposto per riempire una buca realizzata per sottofondare l’angolo orientale della chiesa di s. Urbano ed è databile agli ultimi decenni del Quattrocento. All’interno di questo primo butto erano presenti più di diciannovemila frammenti ceramici tra i quali molti in “biscotto” (la prima delle due cotture necessarie per realizzare una maiolica con il pezzo ancora non dipinto, detto anche “bestugio”) e molti altri finiti ma tutti rotti o deformati da un eccessivo calore. Tre sono gli elementi di interesse di questo primo “butto”: anzitutto il completo panorama delle produzioni locali offerto dai reperti, poi un attardamento di forme quattrocentesche che dovrebbero essere già estinte, come le ciotole carenate o i boccali con beccuccio a “pellicano”, la cui presenza si spiega probabilmente con la necessità di rimpiazzare le forme perdute all’interno di corredi ospedalieri più antichi di qualche decennio. Infine vi è una componente legata alla documentazione della vita dei pittori di bottega che scaturisce dai numerosi schizzi estemporanei ritrovati su frammenti di pareti in biscotto come quello che ritrae il profilo di un giovane sconosciuto la cui acconciatura è confrontabile con alcune opere di Raffaello, dei primissimi anni del Cinquecento Il secondo “butto”, disposto a formare un rialzamento di livello pavimentale in uno degli ambienti lungo il fianco orientale dell’isolato di S. Urbano, è invece databile ai primi anni del Cinquecento ed è composto da più di ottomila reperti. Anche qui risulta preponderante il materiale di scarto composto da forme in biscotto e da maioliche fuse o fessurate da una eccessiva cottura. Sul fianco opposto dell’isolato, nel sottosuolo del seicentesco giardino del monastero, gli scavi hanno rimesso in luce, nel 1999, i resti di una abitazione rasa al suolo per sovrapporvi il giardino con annesso cortile nel quale era stato costruito, nel XV secolo, un forno circolare per la cottura del pane poi riutilizzato per inserirvi una fornace per la fabbricazione di maioliche (MENEGHINI 2009, pp. 233-236). Lo scavo della fornace, avvenuto nel corso di due campagne (2007 e 2016), ha permesso di ricostruire una sequenza stratigrafica articolata in cinque fasi – comprese tra il 1500 e il 1600 – che delineano la nascita e le successive trasformazioni di questo, finora unico, impianto produttivo di maioliche di età rinascimentale rinvenuto a Roma. Sulla base dei dati d’archivio disponibili è stato possibile identificare in Giovanni Boni il vasaio che, tra la fine del ‘400 e i primi anni del ‘500, stabilì in quest’area la sua bottega con annessa abitazione. Sulla base del ritrovamento di strumenti per infornare come i distanziatori tra piatti, detti: “pironi” o “tripunte”, muniti degli stessi bolli di proprietà, nel secondo butto di ceramiche e negli interri della fornace, i due contesti sono stati messi in relazione fra loro sino a ottenere una immagine completa ed esaustiva dell’attività e della vita di un “atelier” rinascimentale per la produzione di maioliche. A partire dalla fine del secolo XVI, con la sistemazione urbanistica del quartiere Alessandrino, le botteghe dei vasai si trasferirono ancora più a sud, presso la Torre dei Conti, per continuare a rimanere ai limiti dell’abitato e a produrre senza gravare il vicinato con i loro fumi inquinanti (MAZZUCATO 1986, pp. 88, 97-99, 103). Di seguito vengono presentati, preliminarmente, i risultati degli scavi più recenti della fornace di Giovanni Boni». (Roberto Meneghini).

longo@gdmed.it

Giuseppe Longo

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