Lorna

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una novella di Giuseppe Maggiore

Cefalù (Pa) – Se io non avessi preso quella strada sconnessa e se la macchina non si fosse rotta io non l’avrei portata dal meccanico, non sarei saltato a volo su quell’autobus che stavo per perdere e, quindi, non avrei conosciuto lei.

Vedi i casi della vita!

Invece, per sbrigarmi, io presi quella strada tutta buchi, la macchina si ruppe, chiamai il carro attrezzi e la portai dal meccanico, per tornare a casa fui costretto a prendere l’autobus e, così, la conobbi.

Ciò accadde quarant’anni fa.

Era alta quel tanto che le conferiva una snella eleganza. Bruna, formosa, flessuosa. Poteva, si e no, avere trent’anni e li portava allegramente. L’avevo un paio di volte intravista sul pianerottolo dello stabile al piano dove abitavo. Ma, di sfuggita.

Una di quelle due volte ella era assieme ad un uomo sulla quarantina, dalla faccia insignificante, con gli occhiali da miope. Pensai si trattasse del marito. Tranne un accennato indifferente saluto di convenienza non ci si era scambiato altro. Avevo, poi, appreso dalla portinaia che erano i nuovi inquilini dell’appartamento di fronte al mio, dove si erano trasferiti da neanche un mese. Non si sapeva di più.

Adesso la rivedevo sull’autobus numero 28, nella sua corsa serale delle 19 in un’umida serata di Novembre. Avevo avuto una giornata faticosa.

Stavo lavorando alla ristrutturazione di un corposo appartamento nella città vecchia, per conto di privati, ed ero reduce da una esaustiva discussione in proposito, intrattenuta con gli stessi. Mi sentivo la testa completamente vuota.

Vai a far combaciare la giusta aspettativa dei clienti con i loro limitati mezzi finanziari messi a disposizione per la bisogna!

Mi trovai, così, per caso accanto a lei, spinto dalla ressa che ondeggiava nel corridoio del mezzo.

– Buona sera…- disse con un sorriso.

Aveva un bel sorriso. Fu lei salutarmi per prima. Mi aveva, dunque, riconosciuto, malgrado l’inconsistente nostro rapporto precedente. Si mostrò, anzi, più espansiva. Debbo dire che ne fui lusingato.

– Buona sera…- risposi -…Come va?…-

– Potrebbe andare meglio…-

– Non bisogna mai disperare – sentenziai comprensivo, convinto di esternare un profondo pensiero -…Vi trovate bene nella nuova casa?…-

– Bene?…Ci adattiamo. Ecco tutto. Bisogna sempre adattarsi. Non crede?…-

– …Certo. E’ così…- ammisi.

-…Torna dall’ufficio?…- s’informò la donna.

– Si, dal mio studio – corressi.

– Cosa fà?…-

– Sono architetto –

– Bella professione! –

– E, lei ?…-

– Io?…Io mi occupo di pubbliche relazioni…-

– E suo marito? –

– Mio marito è in commercio –

– Ah, bene. E’ molto redditizio, oggi, essere in commercio. –

– Non lo pensi. Non è tutto oro quello che luce –

– Lo so. Tuttavia, il commercio, a saperci fare rende bene –

– Insomma, non ci lamentiamo…-

L’autobus ci depose a piazza Bellini. Si trattava di percorrere trecento metri per raggiungere il complesso dove abitavamo. E li facemmo assieme assaporando il fortuito incontro, su quell’asfalto viscido per la recente pioggia, l’uno accanto all’altra, come una coppia qualsiasi che intende approfondire la cordiale reciproca conoscenza. Seppi così che non avevano figli e che era sposata da cinque anni.

– E lei è sposato?…-

– No, non lo sono –

– Come mai?…- Sembrava molto meravigliata.

– Non c’é un motivo particolare. – spiegai – Vede, il matrimonio comporta delle assunzioni di responsabilità a tempo illimitato che non mi sento di prendere…-

– Ah!… – Sorrise.

L’ascensore era guasto, sicché fummo costretti a fare tre piani di scale a piedi. Sul pianerottolo ella armeggiò nella borsetta sino ad estrarne le chiavi.

– E’ stato un piacere conoscerla…- le dissi, accomiatandomi.

– Perché non entra per un gin-and-tonic?…- mi tentò lei.

-…Ma, veramente, non vorrei disturbare…-

– Se io l’invito vuol dire che non disturba. Altrimenti non l’inviterei…E, allora?…-

– Ma certo, con piacere!… – aderii.

Entrammo. L’appartamento era arredato con gusto. Divani, trumeau, poltrone, quadri d’autore, tappeti, suppellettili, soprammobili; tutto denotava una certa condizione borghese.

-…Sa che non conosco ancora il suo nome?…- le dissi.

– Lorna. E il suo?…-

– Mi chiamo Mario – E con questa ammissione mi parve di essermi consegnato nelle mani dell’ignoto.

Affondato in un comodissimo morbido divano di pelle nera sorseggiai il liquido con molta calma.

Ella si era seduta dinanzi a me accavallando le gambe che sagomavano il tessuto evidenziando delle forme sode. Alla luce di un bel lampadario di vetro di Boemia ebbi l’agio, adesso, di osservarla attentamente.

I suoi capelli lisci e lunghi, scuri, le ricadevano sulle spalle contornando l’ovale del viso che racchiudeva due occhi a mandorla bistrati di nero, un naso fine e due labbra rosse e piene. Il suo corpo era inguainato in un vestito accollato di colore grigiofumo, lungo, elasticizzato, aderente, chiuso sul davanti da una lunga cerniera che lo percorreva tutto. La sua linea originale era segnata da uno spacco laterale che arrivava sin sopra il ginocchio.

– E suo marito non c’é?…- non mi tenni dal chiederle, anche per sondare un po’ la situazione.

– E’ partito ieri – mi rispose, sicura e sorridente – è andato a ritirare un stock di merce. Sa, commercia in cosmetici e in biancherìa intima femminile –

– Però!… –

– Le faccio vedere – Si alzò di scatto e con un rapido gesto fece scorrere la cerniera del vestito che la chiudeva sino al collo.

Al di là di una corta tunica di velo nero che la copriva sino agl’inguini a mò di sottoveste mi apparve il suo corpo armonioso, lattescente come l’alabastro, modellato con grazia, flessuoso, sinuoso, ricettacolo emblematico di mille fantasìe. In esso, un succinto reggipetto trasparentissimo ed una minuscola guaina triangolare, entrambi di colore nero, erano…erano gli unici indumenti deputati a coprire a malapena quello che c’era da coprire. Chiudeva la partita un reggicalze di pizzo che sorreggeva due lunghe calze di colore “fumo di Londra” quasi a reticella: esse velavano quelle gambe stupendamente tornite con un tessuto fine, delicato e trasparente.

Rimasi senza fiato.

Lorna si ricompose, chiudendo il sipario; e tornò a sedersi.

– Meraviglioso! – riuscii a farfugliare dopo un attimo trascorso a tentare di riordinare le mie idee, mentre il ricordo del roseo intravisto sotto il sottile velo nero continuava a ballarmi dinanzi agli occhi.

– Io trovo che è un genere molto attraente – precisò Lorna, noncurante del mio palese sbigottimento – I collants saranno molto più pratici, riparano molto più dal freddo, non lo nego; ma sono molto meno femminili. Giudichi lei –

Non potevo non essere del suo parere.

– Io non li ho mai usati e mio marito non li tratta – continuò la donna con la sicurezza che le veniva dalla sua prestanza fisica – Ho sempre prediletto le calze a gamba intera. Guardi!…-

Sempre restando seduta ed allungandosi sulla poltrona mi ripropose la visione elargitami poco prima: riaprì il sipario a metà, allontanò le due falde inferiori del vestito, l’una dall’altra, e mosse la coscia rendendo ancora più evidente la veridicità dell’assunto.

Ebbi modo di costatare, ancora una volta, infatti, che la calza, fermata dalla fibbia dell’indumento che la tratteneva, copriva la pelle sino all’inguine, collimando col sottile serico triangolo abbacinante che spariva in favolosi recessi.

Nulla da eccepire! Ciò che aveva asserito rispondeva senz’altro alla più pura essenza della verità. Lo ammisi spartanamente con un sorriso e con un cenno di schietta approvazione.

Avvedutasene, ella se ne compiacque. Mi regalò un’occhiata intensa, gravida di supposte sottaciute promesse e rimase seduta quasi di lato, in quella posizione, con la gamba fasciata di grigio quasi abbandonata sull’altra che si allungava impudica verso di me.

Sollecitato dalle pulsioni più immediate e da voglie inconfessabili trattenni a fatica l’impulso di alzarmi e di andarmene prima che con l’intensificarsi dei rapporti mi potesse capitare qualche guaio. Lei si mostrava così disponibile! Solo un ottuso non se ne sarebbe accorto! Ma a che pro? Pure attesi un ulteriore gesto più inequivoco.

-… Sin da piccola ho sempre usato la sottoveste ricamata… – continuò lei – Prediligo quella corta perché permette più libertà alle gambe e poi si modella meglio sulle curve posteriori. Lascia intravedere, ecco tutto. E una donna fine sa perfettamente che questo tipo di abbigliamento è più sexy. Vede, nel mio piccolo mi considero una persona di buon gusto. Un’esteta, insomma. Guardi!…- Si alzò nuovamente, tirò su il vestito e scoperse il suo lato “b”, girandosi ed assumendo una posa laterale.

– Vede come cade bene il tessuto…- mi disse -…e come è ben modellato?…-

Le sue prominenze posteriori, infatti, rialzavano il sottile velo di seta nera dell’indumento elogiato, impreziosito da un orlo trapuntato, sagomandolo. Il suo ventre ritmicamente palpitava, sollevandosi dolcemente sotto l’onda incessante del respiro. Le sue mani, appoggiate sulle anche, acclaravano un atteggiamento insolente e provocatorio. Le sue labbra rosse erano leggermente dischiuse. Nei suoi occhi navigava una luce maliziosa.

Mi sentii sorgere un raptus erotico. Ebbi la tentazione di attirarla a me e di stringerla fra le mie braccia. Ma ella non mi diede il tempo di porre in atto quell’insano proponimento; rimise rapidamente tutto a posto e si risedette con fredda noncuranza.

Mi diedi del cretino per non aver agito con maggiore tempestività, ed allo stesso tempo fui contento di essermi trattenuto non sapendo, in fondo, con chi avessi a che fare; ma rimasi disorientato ed avvilito. Era la prima volta che una donna mi si mostrava così enigmatica: pareva che spudoratamente si offrisse, e dalla constatazione del suo modo insolito di comportarsi non si poteva non addivenire a questa evidente conclusione e poi sul più bello tirava i remi in barca e si ritirava in buon ordine. Eccitava al massimo i miei sensi e poi ne fiaccava l’ardore rompendo l’incanto con un gesto cosciente, preciso ed irredimibile.

– Gliene dò atto – riuscii a dire, ancora sotto lo shock della sconvolgente visione di quel coacervo di attributi fisici che avevo intravisto palpitare alle ripetute alzate del sipario.

– Così anche nel trucco – proseguì Lorna, per nulla partecipe ai miei interiori sconvolgimenti – bisogna aver gusto e non strafare. Basta un nonnulla perché dall’eleganza si passi alla sciatteria. Il segreto sta nel sapersi contenere. Tutto qui. Bisogna limitarsi ed accentuare leggermente le caratteristiche personali del soggetto prendendo spunto dal suo incarnato. Esiste un limite sottilissimo oltre il quale il sexy diventa grossolanità sfociando, poi, nella caricatura…Guardi le mie labbra, per esempio: il roseo della carne è appena appena accentuato e delimitato da un sottilissimo tratto di matita. Guardi, così si vede meglio…- e contrasse le labbra come se stesse per darmi un bacio.

Ancora non capivo se si rendeva conto che, così comportandosi, mi eccitava; o che lo facesse per un inspiegabile sadico gusto di tenermi in equilibrio instabile? Tuttavia, pensando che ci eravamo appena conosciuti, non ne ero, poi, tanto sicuro. Quella donna doveva ben avere un carattere bizzarro e abbastanza originale, sicuramente non comune, ed un recondito progetto ben definito in mente, mi dissi.

Lorna ritornò all’atteggiamento discorsivo di prima e si versò dell’altro gin.

– Ancora un po’?… – mi chiese, gentile.

– Si, grazie – farfugliai. Se non altro il ripetuto beveraggio avrebbe annacquato i miei insorti bollori. Ritornammo a vuotare i bicchieri. Ella mi guardò attraverso il vetro ricurvo del calice in maniera tutta particolare e mi chiese a bruciapelo:

– Le piaccio?…-

Se mi piaceva? Ma certo che mi piaceva! Era mezz’ora che i miei sguardi, il mio rossore, i miei silenzi, la mia visibile eccitazione glielo dichiaravano apertamente. Era da ciechi non accorgersene. Glielo confermai anche a voce con estrema franchezza e decisione, le prime dell’intera serata, non più frenato dalle imbarazzanti regole della convenienza che l’alcol aveva fugato.

– Vede… – spiegò la donna – non so esprimermi in un ambiente dove io non incontri una totale simpatìa. E’ più forte di me. Debbo necessariamente creare una corrente armonica, intensa e spregiudicata, fra me e il mio interlocutore, se voglio essere me stessa, leale e non ipocrita. Solo così mi sento libera e vera. Spero che capirà…-

Che dovevo rispondere? Voi che avreste risposto?

– Si, certo, capisco. E’ così anche per me…- mentii.

– Uh che caldo! – fece ad un tratto, lei; e si distese un po’ di più sulla poltrona, mentre macchinalmente si abbassò la cerniera del vestito sin quasi all’ombelico, permettendo agli appetitosi globi venerei di far capolino dall’abissale spacco dell’apertura.

Erano due cupole sode, come dissi, tenuamente velate di nero, sormontate dalle punte gemelle che svettavano imperiose, come protese alla ricerca delle superne sfere. I miei tartassati occhi rimasero polarizzati nella loro lubrica direzione. Incapace di muovermi e di dire alcunché di sensato, mi appigliai al partito delle grandi occasioni: non dissi niente e rimasi immobile in attesa di un possibile ulteriore sviluppo degli eventi, che, debbo dire, a quel punto si annunciavano molto promettenti.

-… L’amore è l’unico vero balsamo per cui vale la pena di vivere…- continuò l’imprevedibile creatura come in trance, cambiando leggermente posizione e spingendo in avanti il busto come a farmi accertare dell’esistenza della sua prorompente fisicità.

– Non ho pensato diversamente in tutta la mia vita! – ammisi con estrema convinzione. Nel mentre ella si gingillava con un anello che si era tolto dal dito.

– Io penso…- proseguì fissandomi – che per un uomo che si ami veramente si possa fare di tutto…-

-…E per una donna che sia veramente disponibile e sincera, bella e attraente come lei è, e che non persegua secondi fini, non si possa fare da meno…- aggiunsi io, di rimando.

Ero orgoglioso di me stesso per aver detto ciò che avevo detto e col tono con cui l’avevo detto. Lei mi guardò nel fondo degli occhi per qualche istante, come a volersi accertare della sincerità della mia asserzione; poi sorrise, a mò di condiscendente approvazione.

Per un brusco movimento, ad un tratto, l’anello le sfuggì di mano e rotolò sotto la poltrona ove ella stava seduta.

– Che iella!… – imprecò. E si chinò subito a cercare il monile, dandomi il dorso.

Avrei voluto interrompere la sua azione e dirle che me ne sarei occupato io; se non altro, per rispettare il galateo. Ma non mi seppi decidere a farlo, non per indifferenza verso le buone maniere ma per non perdermi il bellissimo spettacolo del suo posteriore, armoniosamente rotondeggiante, voluttuosamente fluttuante ad ogni movimento del suo corpo, morbido, sensuale, invitante, eroticamente lascivo, ricettacolo di mille promesse afrodisiache, che si protendeva verso di me mentre ella stava china a cercare l’anello.

In un impulso irrefrenabile di esasperazione emotiva mi alzai, quasi per partecipare all’impresa, e mossi un passo verso di lei.

Senza sapere come, mi trovai a sfiorarla.

Animosi pensieri turbinavano nella mia mente e condizionavano il mio modo di fare. Avrei voluto farla rialzare e baciarla senza frapporre indugi.

Tuttavia la donna non sembrò accorgersi di niente, né tampoco delle mie insane voglie e continuò indifferente nel suo certosino dottorato di ricerca.

Già il mio intendimento era rivolto in un’unica ed ambita direzione; già il mio cuore pulsava al ritmo di “marcia avanti tutta”; già mi trovavo sul punto di varcare il Rubicone, anch’io pronunciando la celebre frase di cesarea memoria “alea iacta est”, quando Lorna si rialzò trionfante esclamando:

– L’ho trovato! – E si risedette rimettendo l’anello al dito, volutamente ignorando o non accorgendosi affatto, non so bene, del pietoso stato confusionale, apertamente riscontrabile, in cui mi dibattevo.

Mi risedetti anch’io, spiritualmente depresso per l’inefficacia del mio progetto abortito in sul nascere e con l’energìa a mezz’asta per lo sconforto. Lorna per nulla imbarazzata dalla situazione, perché, siamo concreti, qualcosa doveva pur averla capita delle mie intenzioni peccaminose (eccome!), riavviò il dialogo.

-…Cosa stavamo dicendo?… Ah, si, parlavamo dell’amore! Chi non ama non ha conosciuto niente della vita. E, pertanto, è come se non fosse mai nato. E’ d’accordo?…- Non aspettò l’inevitabile assenso da parte mia e continuò imperterrita.

– Lei mi piace!…- ammise. Si versò ancora da bere. Si alzò, mosse un passo verso di me e mi si fermò davanti. Bevve lentamente, fissandomi. Poi posò il bicchiere. Mi alzai anch’io e mi trovai a divorare con lo sguardo le sue calde e invitanti labbra rosse che si protendevano, impudiche, a poca distanza dalle mie, pregne di possibili intenzioni peccaminose. Avvertivo il caldo profumo del suo alito e il suo sguardo ardente. Il suo respiro era lievemente ansante come condizionato da una crescente emozione. Il suo seno, che fuorusciva dalle falde del vestito rimaste semiaperte quasi strusciava contro il mio petto spudoratamente vellicandolo in maniera provocante.

Questa volta mi sentivo deciso a profanare l’altare, ignorando qualsiasi ostacolo morale. Con una mano le imprigionai la schiena, la trassi a me e lentamente mi chinai verso le sue labbra per raccogliere il giammai abbastanza lodato sapore del bacio, festoso e sublime contatto tra uomo e donna che accomuna due disponibilità protese verso il soddisfacimento del reciproco piacere. Non potevo più sottostare all’impulso imperioso che mi dilaniava dentro.

Ma Lorna, imprevedibilmente, mi tenne a bada respingendomi con una mano, mentre con l’altra, armata d’un rossetto che non avevo visto, mi disegnò sulla camicia bianca una “O”, vi mise un punto al centro ed una “X” sopra.

– Perfetto! – esclamò compiaciuta a lavoro ultimato.

Rimasi istupidito e deluso a quella manifestazione grafica e a quell’epifonema, esternazioni che non seguivano alcuna logica razionale.

– SUPER ZIO MAX! – declamò euforica – Ha mai sentito questo nome?! –

La voce di lei risuonò metallica e rimbombante come quella proveniente da un altoparlante. Così mi parve. Fu il timbro, in un primo momento, più che le parole, a turbare l’atmosfera. A perderla irrimediabilmente vennero poi i concetti espressi. Ricevetti una insalubre doccia fredda, freddissima, e mi sentii bloccato in tutto il mio trepidante essere. Non credo che avrei potuto ritentare un assalto. Il crudo teorema della situazione si protestava oltremodo alienante.

Ella mi guardava sorridendo. Si era leggermente scostata da me.

– SUPER ZIO MAX! – ripeté – Un detersivo ad alta concentrazione! L’amore di tutte le donne! Il desiderio di ogni massaia! L’indispensabile ingrediente di ogni casa! Toglie le macchie d’unto o di qualsiasi sporcizia dagli indumenti con estrema facilità, anche quelle cronicizzate da settimane, e senza creare aloni! Non si preoccupi: la sua camicia tornerà come nuova! Ed in men che non si dica! Guardi, questa è la dimostrazione!…-

E nel mentre parlava aveva tratto da uno stipetto a portata di mano una bottiglietta di plastica di colore giallo su cui era effigiato uno gnomo dalla stessa grossissima sotto il quale era possibile leggere la fatidica didascalìa “SUPER ZIO MAX” in grossi caratteri rossi. Aveva imbevuto nell’oleoso liquido un lembo di un fazzoletto e con questo aveva cominciato a massaggiarmi la camicia nel punto incriminato. Le parole, intanto, continuavano ad uscirle di bocca come una inesauribile filastrocca.

-…Il prodotto ha un’efficacia di gran lunga superiore e potente di qualsiasi altro ritrovato del settore. Questo è ciò che la moglie pretende che il marito le regali, ciò che la sorella e la madre vogliono dal fratello e dal figlio, ciò che la figlia ambisce dal padre, ciò che la suocera desidera dal genero, ciò che l’amante gradisce dal suo innamorato. SUPER ZIO MAX! Un nome che è tutto un programma! Lo conosce?…-

Non tentai nemmeno d’interromperla. L’incredibile realtà mi paralizzava. D’altronde cosa mai avrei potuto dire? Voi che avreste detto? Giustamente Lorna interpretò il mio silenzio per un diniego.

– No, non può conoscerlo – continuò, sicura di sé – perché è un prodotto nuovo che sta adesso invadendo il mercato! Come vede anch’io ho una mia attività, questa: pubbliche relazioni! Se mio marito si occupa di cosmetici e di biancherìa intima femminile, io mi occupo di detersivi. E questo che le propongo è il migliore affare che io abbia mai trattato. Guardi!…-

Infatti la macchia di rossetto era effettivamente sparita senza lasciare aloni!

Lorna rispose con un sorriso alla mia muta incertezza.

– Si meraviglia per la velocità con cui la macchia è andata via, no? Lo sapevo! – proseguì lei gongolante interpretando a suo modo il mio palese disagio -… Vede, io non so cosa mai lei abbia potuto pensare dal mio iniziale comportamento, ma saprà certamente che la reclame è l’anima del commercio…Le mie, da lei supposte, avances sono state, insomma, un modo per interessarla; è una mia personalissima tecnica, questa, una tecnica che sortisce sempre a mio vantaggio un effetto positivo, ecco tutto…- mi sorrise con intenzione, mostrandomi una smagliante invidiabile dentatura – Ho sempre saputo perfettamente come fare per interessare gli uomini, non crede?…-

Restai a considerarla inebetito con una gran voglia, questa volta, di prenderla a schiaffi. Ma lei mi lasciò ai miei più intimi pensieri e continuò suasiva.

-…Ebbene – concluse – le dò una irripetibile possibilità: quella di farci anche lei un buon guadagno. Vede, la mia organizzazione vende all’ingrosso e sempre a persone serie, posizionate, che, date le loro conoscenze per l’attività che svolgono, hanno l’agio, senza impegnarsi tanto, di sistemare facilmente il prodotto vendendolo al minuto e ricavandone un discreto profitto. Questa è una nuova formula di vendita porta a porta che ha già sortito risultati apprezzabili oltre ogni previsione. Diciamo, cento confezioni?…-

E sorrise. Conoscevo ormai a menadito quel sorriso, grazioso, subdolo e tentatore. Un sorriso da “pubbliche relazioni!”

E fu così che mi ritrovai a casa, quella sera, uno stock di cento bottiglie di un liquido smacchiatore dal nome particolarmente altisonante e per niente esotico: “SUPER ZIO MAX”.

Giuseppe Maggiore

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