Ex tenebris lux: il fuoco

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Palermo – Quella del fuoco non può certo essere considerata una invenzione umana, ma il suo controllo e la sua applicazione rappresentano una svolta epocale nell’evoluzione dell’umanità. Perciò, parlando di storia della tecnologia, non possiamo fare a meno di dedicare un passo del nostro percorso all’unico dei quattro elementi che non si reperisce in natura così com’è, ma che va acceso, creato. Anche per questa caratteristica esso possiede un connotato magico, di manifestazione divina e a quest’ultima è stato associato in ogni luogo e in ogni tempo. Le evidenze archeologiche ci dicono che il più antico sito in cui si sono reperite tracce di ossidazione e magnetismo, prova della presenza remota di combustibile e comburente, si trova a Koobi Fora (Kenia) e risale a 1.6 milioni di anni fa. Nell’intorno del sito sono stati reperiti moltissimi resti di pietre e di ossa animali che però non sono stati bruciati e, pertanto, si suppone che al tempo non si fece uso del fuoco per cuocere la carne o per ricavare armi da caccia; piuttosto, appare probabile che si utilizzò per allontanare possibili attacchi di predatori o nemici. A 500.000 anni fa risale il sito di Beeches Pit (UK), nel quale si trova una vasta area che presenta tracce di fuochi presumibilmente dovuti a cause naturali e, pertanto, sembrerebbe che anche gli ominidi abbiano vissuto in quel periodo senza un utilizzo controllato del fuoco. È solo intorno al 10.000 a.C. che si può riferire un uso del fuoco governato, per intervenire sull’ambiente circostante. Archeologi e antropologi hanno affermato che alcuni gruppi di cacciatori e raccoglitori aborigeni Australiani abbiano utilizzato il fuoco per bruciare la vegetazione e favorire la crescita di nuovi germogli e che lo stesso comportamento abbiano adottato le comunità vissute nel Mesolitico in Nordeuropa. Ad ogni modo, gli studi archeologici procedono con prudenza nell’affermare che in un determinato sito vi sia stata presenza di fuoco generato e controllato da mano umana, poiché riesce indistinguibile da quello provocato da cause naturali. Spostando il nostro focus dal “quando” al “come”, riesce di immediata intuizione comprendere come l’introduzione del fuoco nella quotidianità abbia modificato la vita dell’uomo e abbia dato una spinta dirompente al progresso tecnologico. Permise infatti di scaldare caverne e luoghi di riparo, avere protezione da predatori o nemici sul territorio, ottenere strumenti da lavoro e armi da caccia e difesa, giovarsi della luce di notte, cuocere il cibo, favorire i cicli della vegetazione e così via. Grazie a tale polivalenza, ma soprattutto in quanto elemento non presente in natura ma generabile attraverso pratiche effettuate dall’uomo, il fuoco è stato da sempre inteso come uno strumento divino in mano umana, tanto da creare una casta di uomini addetti alla generazione e alla conservazione del fuoco, con ricadute politiche e sociali. Questa casta di “sacerdoti del fuoco” poteva infatti mantenere una connessione dell’umano col divino; poteva condannare a morte, esiliando i colpevoli e allontanandoli da tale elemento fondamentale per la sopravvivenza; era in grado di purificare grazie ad esso ciò che era corrotto nella sfera materiale e spirituale. La pratica della cremazione permise anche di contenere epidemie che si manifestarono nel corso dei secoli, oltre che garantire la purificazione dei corpi post mortem. Nelle dimore degli antichi romani il focus era il focolare domestico (altro rispetto all’ignis, la semplice fiamma) era la parte più intima della casa, la sede del fuoco sacro di Vesta, eternamente acceso in casa, così come nel tempio a lei votato. In campo militare rivestì un’importanza fondamentale, poiché rappresentò un’arma potentissima, almeno fino al tempo in cui l’edilizia fece uso del legno come materiale principale e fu di grande efficacia anche negli scontri in mare. Eraclito lo considerò l’arché, principio e origine di tutto, che incarna l’idea del pánta réi, del continuo fluire di tutte le cose e a cui tutto torna dopo un’esistenza materiale in eterna trasformazione. Eschilo narrò la saga di Prometeo, del dono che offrì agli uomini e con esso quella hybris, a causa della quale egli stesso fu condannato a subire l’eterna pena su una rupe del Caucaso. Eracle si gettò su una pira funeraria, scegliendo il fuoco quale mezzo per porre fine alle sue sofferenze, prima che Giove decretasse l’apoteosi dell’eroe. Un mito analogo ricorre nella cultura precolombiana ed è quello di Quetzalcoatl, gettatosi in una pira di fuoco per purificarsi e morire per aver commesso incesto con la sorella. In campo mitologico gli esempi del fuoco come entità di correlazione tra terra e cielo sono innumerevoli. Questa connessione tra il divino e l’umano è riscontrabile anche nella civiltà Indu, in cui il vajra è lo stesso Agni; è il fulmine che scagliandosi sull’albero si fa colonna di fuoco ed è insieme luce, vita, morte e, dunque axis mundi. La scoperta del fuoco dunque ha conferito all’uomo la duplice facoltà di creare e di distruggere, poiché esso possiede la doppia natura generatrice e apocalittica; ha certamente dato uno slancio epocale al progresso tecnologico, con esiti salvifici o nefasti, in relazione al suo impiego.

Carmelo Antico

 

 

 

 

 

 

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