Considerazioni marginali sul testo “Il silenzio e l’azzardo” di Giuseppe Saja

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Cefalù (Pa) – L’ho recentemente letto, quantunque il libro sia stato pubblicato nel 2006 per i tipi di Salvatore Sciascia Editore e quantunque mi sia stato donato già nel Luglio scorso.

Avrei voluto leggerlo prima, si, è vero, ma il susseguirsi di rimandi dovuti a motivi connessi alla mia attività di pater familias e di civis, me ne hanno distolto.

L’apparente indisponibilità alla lettura (definiamola pure così: indisponibilità), se di ciò si tratta, affonda le sue più riposte radici in una mia erronea atavica supposizione: credevo, infatti, che, a suo tempo mettendomi in pensione, avrei potuto allocare in soffitta sia i miei doveri familiari che la burocrazìa in generale.

Ma quando mai! Ho fatto i cosiddetti conti senza l’oste! I due impegni, infatti, sono indefettibilmente rimasti e mi sono risultati così gravosi, più preponderanti di prima, sia come padre amorevole e marito esemplare che come cittadino rispettoso delle normative vigenti; tanto che non sono riuscito, benché l’idea mi attirasse (e come se mi attirava!), ad abrogarli entrambi del tutto o, almeno, a disertarli in parte.

Quindi, per l’assillo dei miei costanti doveri superiormente espressi io non ho trovato il tempo di leggerlo prima, questo benedetto libro, e di assorbirne i concetti, di immergermi nel suo substrato culturale, di carpirne i significati più reconditi, di apprezzarne le addottrinate finalità proposte, di acculturarmi ulteriormente, insomma (ammesso che in parte io mi trovi già in qualche modo acculturato) e quant’altro.

D’altro canto, la mia sin qui dichiarata indisponibilità alla lettura non può essere impuntata nemmeno a distrazione od a malavoglia, ove qualche malevolo lo avesse a pensare.

Ma che distrazione o malavoglia del cavolo! Alla mia reverenda età, quali mai distrazioni o malavoglie possano allignare?

Anzi!

Il mio attuale è un comprensibile periodo epocale in cui si tenta di vivere intensamente, di immagazzinare il più possibile concetti, visioni, accadimenti e novità in modo tale da nutrire l’immaginazione, farla galoppare in direzioni piacevoli, confortanti e rigeneratrici a che si riesca a stornare il nefasto pensiero di Caronte e della sua inevitabile ed ineluttabile traghettatura (una vera spada di Damocle che grava, impietosa, ahimè, sulle plurime umane individualità!).

E poi, volete proprio che ve lo confessi? Le donne, da me tanto privilegiate ed osannate se non nell’immaginazione, sono ormai un lontano ricordo, quello del tempo della mia giovinezza; non perché lo stimolo difetti, ma perché la scorza non si dimostra più confacente alla universale appetibilità femminile.

E, parlando di donne, intendo esclusivamente riferirmi a quella mia e non ad altre, a mia moglie, sia beninteso, perché io, comunque mi appalesi su questo argomento, sono sempre rimasto persona fedele, tutto casa e chiesa e, forse, anche, più chiesa che casa!

Mi si sbugiardi, se lo si può!

Inoltre, balli e feste non ne frequento più, i viaggi non m’interessano e non mi sono mai piaciuti, al cinema non ci vado mai perché ce l’ho in casa con la TV, seppure la visione sia frastornata da continue indigeste interruzioni pubblicitarie, interruzioni che, fra l’altro, spesso non fanno neppure capire che cos’é che si reclamizzi; e poi, lasciatemelo dire, la cruenza dei film trasmessi nei quali la violenza è d’obbligo, il montaggio costituito (forma d’arte indisponente!) da brevissimi pezzi che non fanno neppure memorizzare l’immagine, la tecnica di ripresa che si avvale di un modo di oprare che una volta, quando il cinema era cinema, quello dei Maestri per intenderci, era considerato un errore, la sciatterìa dei programmi televisivi che si scimmiottano l’un l’altro, il susseguirsi di sequenze vorticose che non evidenziano né capo né coda e che invariabilmente lasciano in dubbio lo spettatore e le didascalìe, infine, quando ci sono, che l’irrazionalità di certi registi moderni mantiene sullo schermo per non più di due secondi, tanto da non rendere possibile la lettura dell’intera frase proposta, tutto, tutto ciò mi assilla talmente che spesso mi sento avvilito e preso da una voglia matta di spegnere il televisore e di non usufruirne più.

Siamo nell’età del cattivo gusto, miei cari, e c’é chi non se ne vuol rendere conto mantenendo il prosciutto sugli occhi!

Ed allora, per non farla troppo lunga e per venire al dunque (mi sembra già di essere uscito abbastanza fuori tema!), la mia non immediata lettura del testo non può nemmeno essermi imputata a distrazione. Restano, quindi, valide le motivazioni da me in precedenza addotte; e cioè, e qui mi ripeto, la mia posizione di pater familias (nella quale funzione c’é anche quella di provvedere alla salute ed al sostentamento della mia cagna, Siria, allocata a pochi chilometri da qui) e di civis cefalutano.

Tornando al libro che ho recentemente letto, dunque, ecco il mio pensiero.

Intanto il titolo “Il Silenzio e l’Azzardo”, così come si presenta e si porge al fruitore mi ha tutta l’aria di una frase criptata. Un sottaciuto messaggio recepibile solo dagli eletti, insomma; e pur io non essendo un eletto (né mi arrogo di esserlo), tuttavia, per non demeritare ulteriormente agli occhi di chi mi stima o che dichiara di stimarmi (perché mai la verità è quella che si appalesa) mi sforzo presuntuosamente e pretestuosamente di ritenermi tale.

Il titolo, pertanto, è da interpretare; ecco tutto.

Ad un primo impatto col testo, dunque, ho riflettuto sul significato dell’enigmatico incipit, apparentemente fuorviante. Ma addentrandomi nel contenuto delle pagine il rebus mi è stato felicemente (od infelicemente?) risolto: il ‘Silenzio’ va inteso, se ho capito bene, sia per la poca rilevanza che spesso l’editorìa e la critica correnti tributano a quei libri che non sono in linea con le imperanti leggi del mercato (leggi che, per un più sicuro smercio dell’opera, prediligono quelli che per la trama, per la tematica o per un vocabolario più accessibile ad un pubblico più vasto e meno esigente si presume incontrino il massimo gradimento rispetto a quegli altri il cui intrinseco valore è più astruso ad essere recepito), sia anche per una consapevole od inconsapevole timidezza (definiamola così!) di alcuni scrittori, più o meno noti, che titubano di mettersi in vetrina per acquisire una pubblicità che indubbiamente verrebbe a disturbare il proprio carattere schivo e forse anche scontroso ed aspettano, come Tomasi di Lampedusa o Bufalino (per citarne solo due), tempi migliori e migliori sollecitazioni per salire alla ribalta.

E, di questi ultimi autori, questo loro esser schivi, questo loro rifiutare una pubblicità palese, per timidezza od altro o essendo il loro rapporto con la scrittura meno tempistico e solerte ma più meditato e silente, rappresenta anche un azzardo, un rischio; il pericolo, cioè, di restare ignoti e perdere la parabola del treno che passa in quel giusto momento e che potrebbe portarli ad una notorietà immediata; il rischio del perdurare dell’anonimato destinando lo scrittore a segnare il passo chissà per quanto tempo prima si emergere alla luce di una giusta e pertinente notorietà.

E indubbiamente, in una economia volta al profitto ed all’apparenza il non considerare l’assioma che recita che la pubblicità è l’anima del commercio è una grave tara, un rischio e, quindi, un azzardo.

L’interpretazione si regge? E’ così? Ho visto bene? Non ho preso un abbaglio? Oppure ho preso un granchio, un bel granchio polposo con le chele pelose (non di natura animale ma, nel nostro caso, di natura letteraria)?

Insomma, si può anche opinare che io, del testo in esame, non ne abbia capito granché!

All’Autore del “Silenzio e l’Azzardo” l’arduo compito della sentenza!

E così, partendo da lì, pur con qualche dubbio, sono andato oltre sostenuto da un interesse via via sempre più crescente.

E che cosa ho scoperto? Che cosa mi son trovato davanti? Dove sono approdato?

Mi sono imbattuto (e già conoscendo Saja per fama, per intelligenza e per dottrina non avrei mai potuto dubitarne) in un’analisi doviziosa e profonda sull’opera di alcuni narratori e poeti siciliani del secolo scorso permeati dal profondo sentimento di una sicilianità immanente e preponderante; quella sicilianità che ha improntato efficacemente la cultura nazionale ed europea.

Pregevole il saggio in cui l’acume dell’autore, avvalendosi di una intuizione duttile e profonda, si dispiega nel far risaltare i tratti autobiografici e culturali dei vari scrittori e poeti trattati.

Saja, con la lodevole ampiezza del suo sguardo nell’indagine, divide l’assunto in tre particolari sezioni: “Studi”, “Ritratti” e “Appendice estravagante”.

Nella prima (Studi) tratta di tre grandi nomi della letteratura siciliana: di Vincenzo Consolo, di Antonio Castelli e di Leonardo Sciascia; nella seconda (Ritratti), di Carmelo Samonà, di Stefano Vilardo, di Aurelio Pes, di Eugenio Vitarelli, di Pietro A. Buttitta e di Gianni Riotta, con delle annotazioni sull’opera di Giuseppe Drago, di Giuseppe Quadriglio, di Nino De Vita e di Aldo Gerbino; e, infine nella terza ed ultima sezione (Appendice estravagante) l’autore tratta di Aleister Crowley, personaggio che venne a turbare la tranquillità spirituale di quel tempo in una Cefalù che per pochi anni l’accolse, lo temette e lo studiò, tratteggiandone i confini fra il razionale, l’esoterico, il demoniaco ed il letterario.

Il testo esaustivo ed incardinato su un binario scientificamente mnemonico apre uno squarcio esemplificativo su una corrente letteraria nostrana che sin dai primordi ha dato il “là” alla cultura nazionale e, se vogliamo, anche a quella europea.

Scritto in maniera piana, scorrevole e recepibile ad una prima lettura, il saggio si dipana come un approfondito studio da cui emerge il carattere letterario puramente siciliano degli autori presentati.

Ma cos’é questa sicilianità? Cosa si intende con questo vocabolo aggettivale?

Non bisogna dimenticare a questo punto che la Sicilia nella narrativa nazionale del novecento rappresenta una realtà storica, geografica e culturale che, letterariamente, si esprime in un certo modo, con sue connotazioni precise e particolari; il che verrebbe a significare che il filone letterario siciliano non è tale solo perché gli autori che ad esso hanno atteso e dei quali si disserta nel testo del Saja, siano siciliani, ma perché il loro lavoro, la loro produzione, il loro impegno sono espressione univoca di un sentimento comune, acquisito sin dall’imo delle proprie radici e portato avanti col rispetto di una professionalità costante e di un’attenzione preventivamente rivolta ad una inveterata partecipazione all’ambiente, al gusto, ai personaggi ed ai temi trattati. Quasi essi rispecchino l’appartenenza ad un clan ben definito con regole e principi tutti propri ben differenti da quelli propugnati dall’identità nordista.

E mentre l’Italia, operando una netta frattura culturale col Sud, si arroccava a Firenze dibattendo le idee che il romanticismo ed il risorgimento istillavano, il Sud, questo martoriato Sud, questa zona geografica non di secondaria importanza nello stivale, disatteso l’assodato stile napoletano ed a causa dell’esilio di molti importanti suoi scrittori per la repressione operata dalla rivoluzione del 1799, era rimasto letterariamente bloccato sino al rinnovamento al quale fanno capo i citati autori.

In questa dimensione isolana pone le sue più intime radici l’esperienza più importante del secondo ottocento. Nasce il ‘verismo’, parte integrante della nostra storia, che trova la sua ragion d’essere nella consapevolezza del divario sociale ed economico che sussiste fra Nord e Sud, nell’interpretazione delle vicende della Sicilia costituite da un susseguirsi di invasioni, di polemiche e di inganni sino all’illusione di un nuovo stato unitario e nell’impulso a ricercare un dialogo con le moderne esperienze europee rifiutandosi di isolarsi culturalmente dentro i confini della propria terra prigioniero di una storia e di una società diverse; corrente letteraria, il verismo, che raggiunge l’apoteosi in letterati del calibro di Verga, di Capuana, di De Roberto e che poi trova continuità nelle opere narrative di Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Bufalino e Consolo.

Di tutto questo “profumo” (mi si conceda il termine) lessicalmente onnivoro, assetato di tradizioni, di rivolgimenti culturali e di campanilismi, “profumo” forse più metafisico che reale, è traccia nell’opera di Giuseppe Saja che prende appunto le mosse dal sentimento di sicilianità degli autori evidenziati, carichi, tutti, di modestia e di ardimento, di silenzi e d’azzardi, fornendo un ennesimo spaccato eloquente e per molti versi ancora attuale di ciò che la Sicilia rappresenta per i Siciliani.

Ph:Giuseppe Maggiore, scrittore e regista cinematrografico

Giuseppe Maggiore

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