…Forse che si, forse che no…

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Giuseppe Maggiore, regista cinematografico e scrittore

 

(radiografia di un dubbio)

Cefalù (Palermo) – Malgrado abbia per certo che questo assunto, frutto di eterogenee pulsioni introspettive più volte allontanate e più volte riprese, scaturite dal vissuto e dall’osservazione critica degli eventi, sortirà pochissimi fruitori, perché, diciamocelo francamente, oggi come oggi ciò che può interessare di più il lettore di un blog, per quanto di vaglia esso sia, è un breve inserto su qualche lizza sociale, su una denuncia di qualcosa contro qualcuno, sulla messa alla sbarra di un politico, su un fatto di cronaca, sulla celebrazione di un incontro culturale, su un processo, su una qualsiasi inefficienza cittadina e su quant’altro del genere (ne fà fede la molteplicità delle cliccate che lucrano certi articoli di cui ai temi sopra indicati, cliccate che, spesso, superano di gran lunga anche i duemila ingressi) e non certamente una asettica disamina riflessiva, mulinello di congetture e nient’altro, coacervo di convinzioni unilaterali più o meno in linea con le comuni vedute, lunga per giunta e da certuni ritenuta anche prolissa, atta solo ad annoiare i più, malgrado questa mia palese certezza, dicevo, incurante di alieni giudizi poco lusinghieri che mi possano venire rivolti (giudizi che per me lascerebbero il tempo che trovano), proseguo questo mio discorso formulando alcune considerazioni di carattere generale.

La solitudine costruisce nella misura in cui distrugge.

E’ costruttiva in un animo riflessivo; non lo è in un animo sensibile.

Nel primo caso dà delle risposte e fà crescere; nel secondo semplicemente affligge.

Molti per neutralizzare l’afflizione esistenziale e la trista apatia che ne consegue ed anche per acquisire una maggiore visibilità nel panorama sociale in cui gravitano si rifugiano in una caleidoscopica compagnìa o fanno incetta di incarichi, a cui magari non sono tagliati ma che li assorbano e li proiettino in una dimensione propedeutica che li conduca ad un esasperato bovarismo.

Fuggono il silenzio con il dialogo, l’eremitaggio col tuffarsi in mezzo alla gente, il proliferare dei timori e le inerenti considerazioni con le distrazioni, anche le più fantasiose e banali; ma, così facendo, ci si comporta come il classico struzzo che per liberarsi da un pericolo più o meno veridico nasconde la testa sotto terra, perseguendo il suo usuale modo di comportarsi.

Ci si nasconde anche a se stessi tentando di allontanare la realtà contingente che, impervia, impavida ed inesorabile, assilla e spesso drasticamente blocca e vessa.

Rifuggire dai problemi della realtà è effimero, vacuo, inutile: essi ritorneranno a battere alla porta della coscienza non appena la stanchezza del rimedio si farà sentire.

Il respingere i pensieri molesti non risolve niente, dunque. Si rimane nelle sabbie mobili della palude informale delle nostre emozioni, nell’infido acquitrino delle proprie inevitabili lacune, nella ottenebrante angoscia del non saper come fare per affrancarsi dalle esiziali paure e ritornare pienamente a vivere.

L’annaspare nella ricerca di uno specifico salvifico che allontani da noi il calice esistenziale ed il suo spinoso contenuto è lo Stige più inficiante in cui ci si possa imbattere.

Si cerca, così, il riscatto da una situazione penosa in uno sperabile aiuto esterno che non c’é, che non può far tutto, che non è né può essere esaustivo, né può risolvere il problema alla radice se non nella misura in cui riesce a caricarci psicologicamente potenziando il nostro metro di giudizio e la nostra energetica forza reattiva.

Quindi? Non resta che combattere l’ignoto col coraggio, l’incertezza con la decisione, il dubbio col ragionamento, la titubanza con la consapevolezza che la soluzione è dentro di noi e non fuori.

Qui, in questo centro, una volta deambulava un cieco dalla nascita; Nino Barravecchia si chiamava, persona schietta, proba e di grande spessore morale. Aveva una massima imprescindibile (e la enunciava spesso) che mi sembra proficuo riportare: “…chi ha poca forza si faccia molto coraggio; chi ha poco coraggio si faccia molta forza…”

Per quanto possa sembrare una battuta, ci si dovrebbe rifare ad essa.

I salvifici pensieri atti a fugare le universali perplessità promanano dalla riflessione; e questa, guidata sotto l’egida del ragionamento, scaturisce dall’esser soli con se stessi in un limbo mnemonico ancestrale, profondamente umano, tuttavia.

In siffatta dimensione si cresce; nel bailamme del quotidiano si vive vegetando.

I raggiungimenti sociali sono ben effimera cosa se paragonati alla conquista della personale maturazione spirituale.

La varietà è sinonimo di continuità.

Giobbe sulle spalle di Eucrate!

E dall’amalgamarsi delle preponderanti trame esistenziali, pensiero e volontà, introspettivo ed effimero, immaginazione e dovere, si addiviene al concetto di realtà, di presente, di tangibile, di certo.

Dal connubio fra volontà e logica è più facile, quindi, che emerga l’atarassìa, la serenità con i suoi presupposti, l’accettazione ed il superamento dell’ostico, del nebuloso primordiale, dell’ineluttabilità del destino: dimensione, quest’ultima, propria degli accadimenti coscientemente vissuti o verificatisi a causa delle nostre azioni che si determinano a livello inconscio.

Costante comune: il vero saggio, l’uomo che cerca con i propri mezzi elargitigli dalla natura e tenendo ben fermi i piedi sulla terra ancorati ad una realtà connivente e visibile, quello, cioè, che, con l’aiuto delle sole sue intuizioni filosofiche (“…tutti sono pazzi tranne il sapiente…” opportunamente annota Quinto Orazio Flacco nel suo dialogo con un tal Cazio nella IV satira) tenta di sceverare l’irrisolvibile prefiggendosi di dare concrete risposte a domande cardine del tipo “chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo?”, quello che cerca di sondare l’ignoto alla ricerca di una verità imprescindibile che appaghi l’inesauribile sete di conforto, insomma, costui, quest’uomo, guarda caso è quasi sempre ateo.

La razionalità condiziona il suo pensiero e gli preclude i varchi di qualsiasi volo pindarico inteso al raggiungimento di una verità cosmica ed eterna.

La fede è la panacea dei più, di quelli che si affidano all’inconoscibile, di quelli che, anziché alle proprie potenzialità, demandano all’esterno la risoluzione degli affanni che li assillano accettando incondizionatamente per certo quel che certo non è, o, per lo meno, che non promana da un teorema razionale convincente ma che esclusivamente proviene dalla speranza subliminale e dalla incondizionata fiducia, volutamente acquisita, in una Entità superiore che mitighi l’ansia ed acqueti l’animo mediando uno sperato futuro seppure in diversa dimensione.

Apologìa dell’essenza, la presente?

Apologìa?

Una nota di colore:

Pochi giorni fa, mentr’ero al computer, sono stato distolto da una flebile voce querula, proveniente dalla strada sottostante, lamentosa quant’altre mai, niente affatto giovanile, inusuale in un tempo attuale ed in un paese ad alto tasso turistico come il nostro.

Contemporaneamente ad essa, percepii delle voci dalle tonalità marcate che, mi parve, la redarguissero.

Incuriosito mi feci al balcone da dove mi è stato dato l’agio di assistere ad una pantomima irriguardosa e poco edificante: vidi una donna male in arnese, vecchia e magra all’aspetto, macilenta, ingolfata in un largo abito nero che le arrivava sino ai piedi strozzato alla vita da una specie di cintura, con la testa coperta dalla stessa tunica che le copriva pure la fronte a guisa di burka, piegata in due ad angolo retto, che, sostenendosi ad un bastone, chiedeva l’elemosina mentre alcuni che le stavano intorno la schernivano e le ingiungevano di allontanarsi per non turbare l’armonìa della strada con la sua miserabile e sozza presenza, vociandole che si facesse pure assistere da chi sicuramente l’assisteva elargendole una qualsiasi pensione anziché importunare la gente.

La miserabile recalcitrava e con tono sempre più querulo continuava a chiedere l’elemosina. Poiché le frasi smozzicate che le uscivano di bocca risultavano incomprensibili per l’acuto tono con cui le proferiva, non riuscii a capire se lei fosse un sottoprodotto della nostra genìa o un comune retaggio di puro stampo straniero pervenuto ai nostri lidi chissà con quali mezzi e come.

Il fatto non mancò di ingenerarmi una certa impressione: di pietà per quell’essere infimo da tutti abbandonato, di rabbia per chi in malo modo l’allontanava incomprensivo e di estremo disgusto per lo stato miserando in cui la vecchia si era ridotta senza che le pubbliche organizzazioni facessero qualcosa per alleviarne l’ignobile treno di vita.

E qui, per una semplice traslazione d’idee, mi sono chiesto perché mai ed a che fosse venuto Cristo più di duemila anni fa.

Che cosa è cambiato da allora ad oggi nella mente umana? Nel comportamento sociale? Nella comprensione reciproca? Nello spirito di fratellanza? Di tolleranza? Di considerazione della fralezza altrui?

Sicuramente niente. Anzi le cose, se sono mutate, sono senz’altro mutate in peggio ad onta di tutto quel tanto declamato ed ostentato buonismo, di tutti quei bei infiorati sermoni che vengono ammanniti dai molti pergami che fanno parte integrante della rutilante realtà di questo nostro beneamato ventunesimo secolo.

Non penso che sia necessario seguire una religione per dare una mano a chi ne mostri il bisogno e la chieda.

Non è, forse, insito nell’umana coscienza il sentimento di pietà, quasi un presupposto imprescindibile al di là di ogni appartenenza a qualsiasi corrente di pensiero?

Così come pure non è insito in ciascuno di noi il concetto di giustizia che impone di non fare agli altri ciò che non si vorrebbe che fosse fatto a noi stessi?

Eppure questi basilari concetti, queste innegabili possedute pulsioni spesso vengono ignorate e disattese.

Molti che frequentano i luoghi di culto, a qualsiasi credo essi appartengano (luoghi di culto carismatici che dovrebbero favorire una catarsi nel modo di essere, di pensare e di porsi di chi li frequenta), sovente, venendone fuori, nel maggior numero dei casi non sono cambiati affatto nell’animo e conservano le stesse convinzioni e lo stesso modo di comportamento di quando vi sono entrati.

E ciò a vilipendio delle buone volontà, attesa l’incostanza del genere umano.

E spesso, per disperazione, di fronte ad eclatanti crudeli esempi di cui la storia è piena si sarebbe indotti a pensare che l’Essere Supremo, chiunque Egli sia, appaia assente nelle vicissitudini umane.

Jean Delannoy, famoso regista francese, nel 1949 girò un film con Pierre Fresnay dal titolo molto significativo: “Dio ha bisogno degli uomini”.

In esso narrava di una sperduta comunità nordica (una cinquantina di anime), nella quale, data l’impossibilità che venisse sostituito l’anziano Parroco deceduto, pur di non interrompere le funzioni ecclesiali e nell’attesa che il defunto trovasse un degno successore, prendeva le redini della Parrocchia locale il Sagrestano, curandone la continuità delle funzioni e amministrandone, seppure arbitrariamente, i Sacramenti.

Dal film trae origine un sostanzioso coacervo di pensieri.

Intanto il titolo: “Dio ha bisogno degli uomini”.

Per poter predicare l’universale dottrina, cioè, Dio deve appoggiarsi agli uomini che la promulghino.

Per potersi manifestare, per essere, ha bisogno di noi.

Tutto qui. Se non vi fosse il genere umano, infatti, Dio non esisterebbe, né come nome, né come entità suprema.

Quindi, il concetto che ne viene fuori è che Dio c’é, esiste, nella misura in cui ci sono gli uomini che Lo riconoscono, che Ne seguano i dettami e che Lo venerano.

E’ la comune conoscenza che Lo identifica e la estrema fiducia in Lui che Lo rende palpabile, concreto e imperante.

Da qui, poi, tutti gli altri innumerevoli attributi che Ne coronano l’essenza: Giusto, Buono, Misericordioso, ecc.

Ma tutta questa assimilata consapevolezza poggia su basi erose dal dubbio.

Di fronte a certi indimostrabili enigmi, la religione c’induce a crederli veri per fede.

Ma la “Fede”, come larvatamente accennato prima, rifiuta espressamente il razionale e come la stessa parola enuncia si basa sulla “fiducia”, sul voler “credere” incondizionatamente, senza teoremi che poggino su solidi supporti e senza la possibilità di un logico vaglio.

Ora, a voler puntualizzare qualche concetto alla luce della tematica del film in discorso, molto profondo ed arzigogolato, e doverosamente ribadendo che in tutte le credenze ogni argomentazione si basa esclusivamente sulla volontà del credere e non certo sulla razionalità o sulla logica, dobbiamo ammettere che lo scetticismo provenga dall’esperienza formatasi sul “reale”, dalla interpretazione dei fenomeni ad esso collegati e, soprattutto, dalle intime pulsioni dell’animo che inducono a rispondere, scandagliandoli, ai sempiterni irrisolti ed irrisolvibili ripetuti quesiti sopra menzionati: “chi siamo?”, “da dove veniamo?”, “dove andiamo?” e “perché tutto ciò?”.

Il che indurrebbe anche a congetturare, con tutto il rispetto e la deferenza dovuti ad ogni più sacra corrente di pensiero, che tutte le religioni siano nate esclusivamente con l’uomo, dall’uomo e per l’uomo per annullare o mitigare quella paura della fine, del buio e del nulla, assilli che da sempre tartassano e che non si possono mai risolvere in una accreditata e comprovata conoscenza.

E se altri pianeti vi siano ove la vita alligni ed altri esseri viventi in essi vivano una loro civiltà, ipotesi molto probabili, è indiscutibilmente indubbio che anche lì, così come sul nostro pianeta, una qualsivoglia religione abbia preso piede e per gli stessi motivi permanga.

Dal che, ipotizzando, ne viene che la fede non è altro che un voler fortemente dare per vera una verità che non è possibile, a lume della logica, dimostrare appieno, ma il cui solo pensiero che possa esistere serve a infonderci coraggio e ci spinge ad andare avanti.

Giuseppe Maggiore

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