I Cardonazzi. Storia di una straordinaria esperienza teatrale. 1972-1984

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Fascicolo Primo

Dal 1972 al 1974

1. Premessa

Palermo – Dal 1972 al 1984 una compagnia teatrale di giovani dilettanti siciliani divenne protagonista di una straordinaria epopea teatrale, che la portò sino ad essere invitata a Roma per l’Anno Santo della Redenzione, nel 1983, e a primeggiare senza concorrenza al botteghino a Palermo per alcuni anni. Questa è la sua storia, narrata a puntate, e scritta da chi, per molti anni, ne è stato il leader.

Debbo questo racconto ai grandissimi Lino Piscopo e Nino Aquila , immaturamente scomparsi, che nella loro sterminata produzione culturale hanno inserito il mio nome, quello di Giuseppe Santostefano, che con me ha condiviso la responsabilità di gran parte di questa storia, e la Compagnia Teatrale dei I Cardonazzi nella basilare opera Il Teatro di Prosa a Palermo, Edizioni Guida, Palermo 2001.

Lo debbo al docente universitario Andrea Piraino, del Centro Adriano Olivetti presieduto da Leonardo Urbani, che attorno alla fine degli anni novanta orientò un vasto gruppo di amici e studiosi al recupero della memoria storica del Teatro a Palermo, che è sempre stata assai vivace, quanto poco documentata.

Lo debbo all’amico Aldo Morgante, direttore artistico del Teatro Al Massimo di Palermo, stabile privato, che da una moltitudine temporale surclassa come numero di abbonati e di spettatori i teatri pubblici palermitani (Teatro Massimo e Teatro Biondo) che ricevono pure grandi contributi. A dimostrare come qualità vera batta sempre logica pubblica, cioè, a Palermo, partitica. A seguito di selezione per bando pubblico per titoli divenni, nell’agosto 2012 e sino alle mie dimissioni dell’ottobre 2017, componente il Consiglio di Amministrazione del Teatro Al Massimo in rappresentanza del Sindaco di Palermo. Il Teatro era allora una società consortile, partecipata dal Comune per la folle cifra di 1.549,37 euro, peraltro avuta gratuitamente. Il mio primo atto fu la rinuncia al compenso, cosa che mi attirò subito stima da un lato, antipatia dall’altro. E non c’è bisogno di spiegarlo. Con Morgante diventammo amici, e ricordo con grande piacere la sua battuta “adesso capisco perché” quando apprese che ero stato io, circa quarant’anni prima, il capo dell’unico gruppo teatrale che lo avesse battuto per alcuni anni al botteghino, mentre la sua Cooperativa Studio Uno gestiva con grande successo il Teatro Dante. Aldo si spostò poi dal 1997 al Teatro Al Massimo.

Lo debbo a quel grandissimo cantore di Palermo e della palermitudine senza volgarità, che è stato l’indimenticabile Massimo Melodia, uno dei tanti artisti che hanno calcato le scene assieme a I Cardonazzi.

Io debbo alla memoria degli amici della compagnia che ci hanno lasciato,a Marcella Maggio e a Rosalba Durante, dalla immensa bravura. Lo debbo a tutti gli amici che anche per una sola volta, ci hanno assistito, sulla scena o come tecnici improvvisati ma sempre seri e impegnatissimi. E che cercherò di ricordare.

Lo debbo a coloro con i quali ho condiviso un decennio esaltante, come a coloro che hanno continuato dopo il mio lasciare, guidati da Maria Lio e poi da Dante Maggio.

Ma lo debbo soprattutto al nostro pubblico, che ci ha seguito per tanti anni, riempiendo regolarmente le sale con i numeri più alti, con l’ammirazione di molti, il riscontro della critica nazionale e l’invidia di moltissimi.

E mi sia consentito, con orgoglio, di rammentare come Giuseppe Santostefano e Maurizio Bologna, notissimi interpreti di cinema, televisione e teatro, provengano da I Cardonazzi. Dalla stessa scuola giunge Filippo La Porta raffinatissimo autore e regista. E Rosalba Bologna, straordinaria attrice che avrebbe ben meritato palcoscenici nazionali. Tanti altri eccellenti attori hanno scelto altre strade. Santi Ajello e Franco Maniscalco affermati medici, Gianfranco Gulotta commercialista, Biagio Pardo docente. Cercherò durante il racconto di parlare di tutti.

Ma lo debbo anche a me stesso. Poiché I Cardonazzi furono parte importante e coinvolgente della mia vita. Dal 1975 al novembre 1983, per quasi otto anni su dodici, ne fui il leader. Anticipai somme che non richiesi indietro, mi assunsi responsabilità da molti neppure comprese. Aiutai sotto varie forme molti. Ed interpretai il mio ruolo con quell’etica, autodistruttiva, del senso del dovere, inculcatami nei miei anni trascorsi da studente al Collegio Sant’Ignazio di Messina, dai Padri Gesuiti. Con la mia strategia delle alleanze e degli accordi, con Etsi Cisl, Arci, Avis, Enars Acli ed Acipe, e con il nostro divenuto fidelizzatissimo pubblico, fummo nettamente primi al botteghino a Palermo, per molto tempo. Ma giunsero anche le delusioni. Pur con la fiducia sempre accordatami con maggioranze costantemente vicinissime alla totalità, mi scontrai più volte con chi erede -consapevole o meno- della moda sessantottesca dell’assemblea permanente, anche per decidere l’acquisto di una sola penna, non ammetteva l’efficienza del mio decisionismo, ancorchè ci facesse stravincere. E questo non lo tolleravo, e non lo tollerai in modo radicalmente intransigente. Poi la fortissima crescita di responsabilità di lavoro mi costrinse a lasciare nel novembre 1983.

L’attività proseguì con il cartellone della stagione 1984, poi il maturare di legittime scelte di professionismo da parte di alcuni, impegni di lavoro di altri, ed il normale ciclo della vita pose fine all’avventura. Che ebbe però un seguito con il Teatro Minimo presieduto da Totò Modica, divenuto uno dei migliori avvocati siciliani, con la direzione artistica di Santostefano. Poi con la partecipazione di altri attori all’interno dell’attività artistica dell’Acipe di Gaetano Ingrassia, Premio Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quindi con la Compagnia Le Quinte di Rosalba Bologna, Alfredo Amoroso, Maurizio Bologna e Giovanni Di Miceli. Essa si trasformò poi in Associazione Accademia che comprese anche Marcella Maggio. Su tutto questo tornerò più dettagliatamente a suo tempo.

Ma c’è un’altra ragione di questo scritto. E’ il latente e fortissimo desiderio, comune a tutti coloro che vissero quell’epopea, di tornare ancora, almeno una volta, sulla scena. Chissà se queste parole non siano a ciò ulteriormente provocatorie. Magari in un teatro frequentato da italiani ed inglesi, a Londra. Come vorrebbe il grande Giacomo Fuschi.

Non ho la pretesa di ricordare tutto, né di avere saputo tutto, anche se ho conservato, e tutelato, una amplissima documentazione. In locandine, abbonamenti, articoli di giornale e fotografie, che aiuteranno il mio lavoro e lo documenteranno iconograficamente. Di ogni rappresentazione facevo curare un vastissimo servizio fotografico in doppia copia. Uno da distribuire con abbondanza tra tutti gli interpreti. L’altro da conservare per memoria. Fu l’unica cosa che volli tenere per me, e adesso verrà utile. Chiedo infine scusa anticipatamente di errori, imprecisioni, omissioni. E sarò grato a quanti vorranno segnalarmi correzioni, che riporterò nelle puntate successive. Ci si potrà anche rivolgere a Giuseppe Santostefano, Rosalba Bologna e Maria Elisa Paterna Ferruzza, cui ho chiesto di assistere la mia memoria.

Questa premessa è stata stesa nel luglio 2018. Ma debbo ricordare che gran parte del testo è stato scritto di getto molti anni addietro e poi conservato, quando non necessario l’ho lasciato inalterato. Il lettore ne tenga conto.

2. L’avventura inizia al Teatro di Villa Ranchibile a Palermo

L’avventura de I Cardonazzi inizia nel 1972 e si prolunga sino al 1984. La scelta fu quella del dilettantismo impegnato, della libertà da condizionamenti politici, e dalla scelta dello erroneamente così definito Teatro Popolare Siciliano, dizione che dovrebbe essere corretta in Teatro Nazionale Siciliano. Con la ricostruzione di ambienti e costumi più vicina alla realtà degli anni dei testi. Gli effetti sono da subito evidenti e differenti. Sono gli anni in cui la prevalente cultura, con lo stupido conformismo ideologico e culturale che caratterizza gli intellettuali di allora, considera questa forma teatrale “non impegnata” e quindi da bandire. Tutto infatti per loro deve essere “politica”. Fummo tra i non molti ad urlarne invece lo spessore e la grandezza. E dimostrammo come impegno e qualità potessero portare all’autosufficienza del botteghino. Di quel Gruppo Teatrale, divenuto Compagnia Teatrale e poi Associazione di Cultura Siciliana I Cardonazzi, e poi mutatosi nel 1979 in I Nuovi Cardonazzi, mantenendo però storia, anima e identità culturale, sono stato leader, mentre riferimento artistico prevalente, e fondamentale, è stato Giuseppe Santostefano.

Ma pur nella ricerca storica e nella proposta culturale della migliore sicilianità, fu proprio il dilettantismo impegnato, da “diletto”, cioè cosa da fare con passione e trasporto, che ci orientò anche verso testi di difficile lettura interpretativa ma ricchissimi di valori. Fummo i primi in assoluto in Italia a proporre sulle scene il Miguel Manara di O. W. Milosz, che realizzammo in costumi d’epoca nell’aprile 1980. Recitammo il Delirio di Diego Fabbri in occasione del Premio Internazionale per il Dramma Sacro, nel gennaio 1983. Fummo invitati per l’Anno Santo della Redenzione a dare a Roma il Cammino verso la Luce di Gaetano Ingrassia, nel marzo 1983, nella Basilica di San Nicola in Carcere. E facemmo molto altro ancora, anche riservando nei nostri cartelloni spazi per autori inediti in lingua italiana.

Tutto cominciò al Ranchibile dove, senza la percezione di come questo fosse l’inizio di un entusiasmante storia, nasce il gruppo che sarebbe divenuto la Compagnia Teatrale de I Cardonazzi. Parte dei diplomati del liceo Don Bosco Ranchibile dei Padri Salesiani di Palermo dà origine alla squadra di calcio ex71, che per qualche anno primeggerà nel campionato di calcio dell’Oratorio. Capitano era Giuseppe Santostefano , detto Santo, ottimo portiere. Pur di qualche anno più grande vi giocavo anch’io, come coriaceo difensore. Ma oltre al calcio c’è il teatro.

E l’avventura teatrale inizia al Teatro Ranchibile di via Libertà, con L’Aria di Continente di Nino Martoglio, portata in scena dall’iniziale Filodrammatica di Villa Ranchibile, venerdì 27 aprile 1972, con repliche sabato 28 e domenica 29, sempre alle ore 21.

Ed il successo di pubblico è subito notevole. Ne sono protagonisti l’immenso Santi Ajello (Don Cola) e l’altrettanto immensa Rosalba Durante (Marastella). Santo è Don Lucino Faru. Giovanni Tutone è Michilinu. Teresa Santostefano, sorella di Giuseppe, è Clementina. Valeria Ferruzza è Milla Milord. Biagio Pardo è il tenente Galieno Galletti. Antonino Tutone è Don Liborio Pappalardo. Michela Amico è Donna Michela. Maurizio Zappia è Don Filadelfiu Vadalà. Laura Saia interpreta Donna Sarina ed anche la servetta di Don Cola. Anna Catania è Donna Cuncetta. Filippo Carrà è Cecè Santimitri. Leo Cannilla è Deriu Rapisarda. Cesare di Bartolo è Sasà Lanzafame. Salvatore Azzara è il Cameriere. Sergio Schisano è Oraziu. Pietro Sessa è U Ciaramiddaru. Antonio Zito è il Delegato di Pubblica Sicurezza. Presenti sulla scena anche Borghesi e Fanciulli. Datore di luci è Joan Jeman, in realtà Don Giovannino. Rammentatore è Francesco Maniscalco. Coordinatori Giuseppe Santostefano e Giovanni Tutone. L’ingresso è 800 lire, il ridotto 600 lire.

Gli applausi e l’entusiasmo portano alla decisione di alcuni di continuare l’avventura. Nasce così il Gruppo Teatrale in quanto tale. Nella villa di Enzo Riolo, zio di Rosalba Durante, a Solunto in Contrada Cardonazzi, e da essa prende il nome. E mentre Riolo fornisce consigli e assistenza, sarà l’attore e regista Accursio Di Leo che, invitato a presentare uno spettacolo de I Cardonazzi al Teatro dell’Aeroporto di Boccadifalco, discetterà scherzosamente ma dottamente su questo nome, fornendone, imprimatur e approvazione definitiva.

3. Il mio coinvolgimento

Questa storia inizia invece per me presso l’aeroporto di Trapani Birgi.Vi prestavo servizio di leva nell’Aeronautica Militare, dal settembre 1972. Avrei potuto fare il corso AUC nell’Esercito, ma sarei stato lontano da casa. La vita volle però che, dopo il congedo io abbia dato sfogo anche a questa prospettiva con richiami ed esercitazioni che mi hanno fatto arrivare al grado di tenente colonnello del Corpo Militare della CRI, Ausiliario delle Forze Armate. Ma questa è un’altra storia. Andiamo per ordine.

Mi ero da poco laureato, con molto onore e pari lentezza, ed a seguito di uno dei tanti trasferimenti, e conseguenti traslochi, cui ci costringeva il lavoro di mio padre, altissimo dirigente della Banca d’Italia, venuto a Palermo da Messina avevo preso a frequentare l’ambiente salesiano del Ranchibile di Piazza Don Bosco. Centro di quiete e di ricreazione agonistica, ideali per inquieti strutturali come me.

Poiché abitavo in via Libertà, a due passi dal Ranchibile, cominciai ad esservi assiduo. Giocavo a calcio e ping pong con alterne fortune ma con quella feroce determinazione che rappresenta da sempre una delle mie pochissime qualità.

Divenni presto vicepresidente degli ex allievi salesiani, e trovai nell’atmosfera salesiana, più serena, casereccia, e priva di quel senso di colpa pregnante l’insegnamento gesuitico dal quale maggiormente provenivo, qualche rimedio alla mia sostanziale irrequietezza.

Poi arrivò, a fine 1972, la ineluttabile chiamata alle armi. Partii per il 60° Reggimento Fanteria di Trapani per farvi il periodo di addestramento. Poi, grazie ai qualche interessamento di papà, fui assegnato alla Base dell’Aeronautica Militare di Birgi. Vi trovai presto grande libertà collocandomi come autista di rappresentanza del colonnello pilota comandante, che ci teneva ad avere vicino un laureato che riuscisse a capire i piloti della Nato che spesso vi transitavano, ma che parlasse anche in italiano, cosa francamente non scontata. L’intesa era ottima: lui era spesso a Catania, sua città natale, io spesso a Palermo in permesso, con il cosiddetto tesserino rosso.

Tuttavia fu proprio a Birgi che familiarizzai con Aldo De Caro, aviere in servizio a Boccadifalco, che mi parlò del suo gruppo teatrale costituito da militari in punizione permanente, e mi invitò a vedere qualche spettacolo. Aldo era un attore di eccezionale vis comica naturale. Ho sempre ritenuto che sarebbe potuto divenire uno dei grandi del teatro italiano. Ma era limitato dalla sua aspirazione a ricoprire, anche e contemporaneamente, pure i ruoli di direttore artistico, regista ed amministratore.

Uno dei rivali nelle aspirazioni di leadership era Giuseppe Santostefano . Di grandissima capacità nel cogliere in modo totale l’azione scenica nel suo complesso. Ottimo regista e bravissimo attore. I suoi limiti erano costituiti dall’egocentrismo tipico degli acquariani e da un condivisibile e positivo, quanto talora eccessivo, entusiasmo verso il gentil sesso. Di grande intelligenza personale Giuseppe aveva però cognizione della esigenza anche di un supporto culturale, più ampio di quanto appreso, forse, al liceo. Probabilmente fu questo a parte la, talora duramente provata, ma tuttora esistente grande reciproca simpatia personale, che costituì la base di un sodalizio quasi decennale.

Giuseppe era però un leader naturale. Alto e dal fisico possente, alla Bud Spencer, era il capo riconosciuto della squadra di calcio Ex71 all’Oratorio del Ranchibile. Giuseppe aveva poi un altro vantaggio. Il padre era il cassiere dell’allora funzionante Chimica Arenella. Avevano l’alloggio di servizio all’interno dello stabilimento, in un’area recintata ed alberata, di singolare fascino. Molti locali erano vuoti ed in un appartamento disabitato si costituì, in modo naturale, il magazzino del gruppo, la base della lavorazione, del tutto autogestita, di scenari e costumi, ed il luogo stabile delle prove. Avevamo opinioni radicalmente diverse sulla gestione finanziaria, ma Giuseppe era garanzia certa di impegno e di successo nello allestimento delle opere. Del resto il Santo ha poi dimostrato la sua bravura in dimensione artistica nazionale.

Il terzo candidato al potere era Giovanni Tutone. Aveva belle doti di intuizioni e capacità organizzative, non era un grande attore, ma prendeva le interpretazioni assai seriamente. Alto e magrissimo, era fidanzato con Rosalba Durante. Si sposarono e lo perdemmo di vista. Rosalba Durante era una gran femmina. Attrice eccellente, artisticamente sensibilissima, lanciava tutta se stessa nelle parti che interpretava, non sgarrando una battuta e spesso supplendo agli altri. Il viso non bellissimo ma di straordinaria intensità, su un corpo ben fatto. Gli occhi di fuoco siciliano. Ho sempre ritenuto che sarebbe potuta divenire, se solo lo avesse voluto, una attrice più che a livello nazionale. Ma avrebbe dovuto lasciare Palermo. Di buona estrazione sociale, non sembrava averne interesse. Ricordo la sua interpretazione di La Lupa: da brivido. Come è naturale in ogni gruppo umano, alla passione ed al lavoro seguivano cene comuni, e regolari discussioni animate.

4. La stagione teatrale all’Aeroporto di Boccadifalco

Dopo il successo dell’Aria del Continente a Ranchibile, si pose il desiderio e l’esigenza d continuare, ed essendo alcuni di noi (tra essi io, allora solo come amico) avieri in servizio di leva la soluzione fu trovata nell’Aeroporto militare di Boccadifalco. L’Aeroporto di Boccadifalco era dotato di un graziosissimo teatro al suo interno, che ospitava spesso iniziative per le famiglie degli ufficiali e di sottoufficiali. Comandante ne era il cortesissimo e colto Generale dell’Aeronautica Alfio Mangano. Dall’unione tra avieri spesso puniti ed impossibilitati ad uscire, guidati da De Caro, ed il gruppo che aveva esordito a Ranchibile nacquero definitivamente I Cardonazzi.

Un riferimento certo era il sergente dell’AMI Giacomo Fuschi, tendenzialmente indisciplinato ma autentico animale da scena, ed autore di alcune stupende uscite a soggetto. Durante il Civitoti in Pretura un bambino, in prima fila, parlava continuamente ad alta voce, disturbando oggettivamente la rappresentazione. Giacomo fermò tutto e avanzò sulla scena. Poi guardando fisso il pupo proruppe nella storica frase: “affucati ddu picciriddu”. Risate impressionanti e, finalmente, positivo coinvolgimento dei genitori. Giacomo mostrò nella vita tutta la sua capacità e grande umanità congedandosi da capitano e sistemando da imprenditore della migliore ristorazione tutta la sua famiglia a Londra, ambiente in cui rivendica con equilibrio ed orgoglio la sua italianità.

C’era anche Pino Cavataio, che militava tra i VAM (vigilanza Armata Militare). Bravo attore anche se ostile in via naturale allo studio della parte. Un simpatico compagnone col pizzetto ed una bellissima pronunzia in italiano, che metteva allegria al solo guardarlo. Disinteressato ad altro che non fosse il piacere dello stare assieme, ed eternamente alle prese con la schedina del totocalcio –mai vincente – e con guasti alle sue autovetture, sempre di terza o quarta mano. C’era Mascia Ciringione, allora sua fidanzata e poi moglie serena, simpatica e confusionaria come il marito. Negata per il palcoscenico ma di tutta fiducia all’ingresso ed al botteghino.

C’era Franco Maniscalco, detto il rosso. Grandissimo attore, capace tra i pochi di grande versatilità in qualsiasi ruolo. C’era Marcella Maggio. Altruista, e sulla scena realmente assai brava. C’era Sergio Schisano, cugino di Santostefano, destinato alla comparsa ma sempre cortese e disponibile. Allora ragazzino piccolissimo si fece poi più grosso del parente. Santi Ajello, adesso cardiologo affermato, era nettamente il più bravo, non fu presente durante l’epopea aeronautica nella quale De Caro era il protagonista per antonomasia. Alla uscita di Aldo lo divenne, alternandosi nel ruolo e nella regia con Biagio Pardo e con Giuseppe Santostefano. Ajello era naturalmente predisposto alle parti comiche nelle quali calava però una profondissima umanità. Era inoltre estremamente serio e corretto. Una attrice stabile era Teresa Santostefano, sorella del Santo, minuta e graziosa. Prendeva a cuore le cose ed aveva una buonissima dizione. Sempre disponibile, assicurava copertura di molti ruoli con piena dignità. Biagio Pardo, insegnante, era tra i più anziani del gruppo. Ed era davvero eccezionale nelle parti tragiche. C’era poi la graziosa Lucia Parlapiano, e Pino Tanania che faceva sempre il cattivo per la sua espressione da siculo mafioso con coppola, al contrario era un pezzo di pane e finì per fare bancario. C’era Sergio Saturno, un simpaticone siracusano.

Come detto l’iniziativa ebbe la benevolenza del Generale Mangano, appassionato di teatro. Enzo Riolo conduceva la regia.

La stagione 1973-74 fu patrocinata dal Dopolavoro dell’Aeronautica Militare, e sugli abbonamenti è già presente la dizione Compagnia Teatrale I Cardonazzi. In effetti però non esiste ancora una precisa struttura organizzativa del gruppo, che agisce per spontaneo e totale entusiasmo collettivo. L’abbonamento prevede un turno A del sabato alle 21, ed una replica turno B della domenica alle ore 18. Il cartellone ospita L’Aria del Continente di Martoglio, il 28 e 29 ottobre 1973. San Giovanni Decollato di Martoglio, il 24 e 25 novembre. Fiat Voluntas Dei di G. Macrì, il 29 e 30 dicembre. U Paraninfu di Luigi Capuana, il 26 e 27 gennaio 1974. L’eredità dello zio canonico di Russo Giusti, il 23 e 24 febbraio. In realtà questo spettacolo fu dapprima spostato ad aprile, poi rinviato alla stagione successiva. Gli atti unici Civitoti in pretura di Martoglio e La Giara di Pirandello, il 30 e 31 marzo. Ne La Giara recitarono Giovanni Tutone, Giuseppe Santostefano, Aldo De Caro, Pino Cavataio, Teresa Santostefano, Giacomo Fuschi, Sergio Schisano, Franco Maniscalco e Lucia Parlapiano.

Prima di questi due ultimi spettacoli il Generale Mangano volle manifestarci la sua simpatia consegnandoci una targa ricordo. Il successo ci fece sperare in una continuazione del rapporto, ma ciò non avvenne. Frattanto, dal momento in cui (in parte per l’invito di De Caro, in parte per il coinvolgimento naturale operato dall’ambiente del Ranchibile, e soprattutto per la mia passione per il teatro) avevo iniziato a seguire gli spettacoli, Santostefano mi aveva chiesto di fare le presentazioni al pubblico. A ciò mi legittimava una qualche capacità dialettica e forse lo stesso nascosto progetto del Santo di creare un diverso possibile punto di riferimento.

Le presentazioni mi coinvolgevano assai. Studiavo i testi e le biografie degli autori, preparavo passeggiando tra i bei viali dell’aeroporto qualche battuta con cui coinvolgere attenzione e buona predisposizione da parte del pubblico, e finivo col partecipare attivamente alla vita dello stesso gruppo. Dalla preparazione degli spettacoli alla immancabile pizza di gruppo, spesso presso Il Delfino di Sferracavallo, a notte alta dopo la rappresentazione, ancora col trucco e gli abiti di scena. Con lazzi e sincero entusiasmo. Questa abitudine divenne poi una tradizione esemplare e costante che durò sino alla fine, coinvolgendovi spesso amici, spettatori, fidanzati, amanti, boyfriend e girlfried.

La conclusione della stagione, le incertezze di quel periodo e, forse, le prospettive di un ruolo più ambizioso da giocare nell’allora ben più stabile e ricca di tradizione Compagnia I Figli d’Arte di Franco Zappalà (cui deve essere indiscutibilmente riconosciuto il merito di avere salvato a Palermo la continuità della presenza del teatro siciliano), portarono frattanto Aldo De Caro a lasciare I Cardonazzi, di cui pure era stato uno dei padri fondatori. Gli Zappalà erano giunti a Palermo nel 1962 ed avevano base e tendone al Giardino Inglese. Si trasferiscono quindi a Mondello in Viale Galatea. Franco si spegne nel 1991, e la sua eredità fu ripresa dalla famiglia. Aldo era un autentico mattatore, e la perdita fu notevole, ma trovammo nuovi equilibri.

La fine della stagione modifica l’assetto del gruppo. Fare teatro era divenuto per tutti molto più di un passatempo per trascorrere meglio il periodo di leva. Si pose l’esigenza di continuare. Tra le altre cose si era costituito naturalmente un certo quantitativo di costumi, molti dei quali, realizzati artigianalmente, ed arredi da scena. Ad essi lavoravano soprattutto i due Santostefano e, tra gli altri, con divertimento, i due fratelli Giuseppe e Gigi Ferruzza.

Per continuare si imponeva però la soluzione di alcune questioni. Dare stabilità al gruppo, definire la leadership, trovare i locali dove condurre la stagione artistica. I primi due problemi erano collegati. Era stato, forse con premeditazione, Santo a coinvolgermi progressivamente nella direzione del gruppo. Con le presentazioni e con la mia sostanziale estraneità ai conflitti artistici tra De Caro, Santo e Tutone, ero divenuto di fatto punto di riferimento per molti.

Presi così direttamente l’iniziativa per una nuova stagione a Boccadifalco ma non incontrai la simpatia di alcuni sottufficiali che erano stati nel passato in sintonia con De Caro. Inoltre non essendo più di leva alcuno di noi si ponevano comprensibili difficoltà oggettive all’uso della struttura. Nonostante il permanere della disponibilità del Generale Mangano l’accordo non fu trovato, e dovemmo rinunciare a Boccadifalco. Fu un peccato, avevamo già pronte le prove di stampa degli abbonamenti, migliorati graficamente rispetto alla stagione precedente. Per la stagione 1974-75 erano previste Nica di Martoglio. L’Eredità dello zio canonico di Russo Giusti, che doveva essere recuperato dalla stagione precedente. I Navarra di Vanni Pucci. Il Marchese di Ruvolito di Martoglio. Scuru di Martoglio.

Ma l’avventura continuò altrove, e questo rafforzò il gruppo. Ed arrivarono pure notevoli rinforzi.

5. Nominativi riportati in questo fascicolo in ordine di prima citazione

Lino Piscopo, Nino Aquila, Giuseppe Santostefano, Andrea Piraino, Leonardo Urbani, Aldo Morgante, Massimo Melodia, Marcella Maggio, Rosalba Durante, Maria Lio, Dante Maggio, Maurizio Bologna, Filippo La Porta, Rosalba Bologna, Santi Ajello, Franco Maniscalco, Gianfranco Gulotta, Biagio Pardo, Totò Modica, Gaetano Ingrassia, Alfredo Amoroso, Giovanni Di Miceli, Giacomo Fuschi, Maria Elisa Paterna Ferruzza, Giovanni Tutone, Teresa Santostefano, Valeria Ferruzza, Antonino Tutone, Michela Amico, Maurizio Zappia, Laura Saia, Anna Catania, Filippo Carrà, Leo Cannilla, Cesare di Bartolo, Salvatore Azzara, Sergio Schisano, Pietro Sessa, Antonio Zito, Don Giovannino, Enzo Riolo, Accursio Di Leo, Aldo De Caro, Alfio Mangano, Pino Cavataio, Mascia Ciringione, Lucia Parlapiano, Pino Tanania, Sergio Saturno, Franco Zappalà, Giuseppe Ferruzza, Gigi Ferruzza.

Giovanni Paterna

(1-continua)

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