Giuseppe Navarra e il Carnevale di Termini Imerese

1850

 

Termini Imerese (PA) – Giuseppe Navarra (1893-1991) fu un uomo di “sapere” che amò profondamente la sua terra natia, Termini Imerese. Dopo aver frequentato nella propria Città gli studi di base, conseguì a Palermo la Laurea in Scienze Economiche e Commerciali, ottenendo la specializzazione in Scienze Coloniali. In seguito a Roma, presso il Ministero dell’Educazione Nazionale, ottenne il Diploma in Lingua Inglese. Nel periodo della sua gioventù (avvalendosi del titolo di Consulente in Diritto Commerciale e Scambi Internazionali) ebbe modo di trasferirsi all’estero per approfondire gli studi di Scienze Economiche presso l’Università di Duquesne e Pittsburgh (contee di Allegheny nello stato della Pennsylvania) e proprio negli “States” vi rimase a lungo esercitando la sua professione. I suoi viaggi di lavoro lo portarono a visitare anche altri Stati: Canada, Messico, Egitto, Libano, Giordania e i paesi europei come Francia, Inghilterra e Spagna. Nel corso della Prima Guerra Mondiale a Washington ricoprì il ruolo di Segretario dell’Ambasciata d’Italia e di Segretario della Commissione di Approvvigionamento della Marina Italiana. Successivamente rivestì l’incarico di Gerente del Dipartimento estero della “Midland Saving & Trust Company”. Ebbe un amore sviscerato per l’archeologia e prima che ritornasse nella sua Termini Imerese, partecipò a diverse Missioni archeologiche in Messico (Yucatan) e in Egitto (Luxor). A Termini Imerese si occupò della tutela dei numerosissimi Beni Culturali e approfondì le sue conoscenze nel campo del folclore e del dialetto termitano. Fu docente di lingua Inglese nel liceo classico “Gregorio Ugdulena” e divenne Ispettore Onorario alle Antichità delle province di Palermo e Trapani, Ispettore Onorario ai monumenti della Sicilia Occidentale, Membro dell’Archeoclub di Roma e Membro del Consiglio Internazionale dei monumenti e siti di Parigi. Nel 1963 durante gli scavi esplorativi del sito archeologico di Himera, collaborò con l’Istituto di Archeologia dell’Università di Palermo. Il Navarra inoltre per diversi anni su incarico della Curia Arcivescovile di Palermo studiò sistematicamente la Chiesa di S. Giacomo Apostolo Maggior antica Chiesa Madre di Termini Imerese. All’interno di essa scoprì degli affreschi che erano stati poi intonacati. Le sue particolari doti umane lo portarono a rivestire la carica di Presidente dell’Istituto filantropico Opera Pia “Inguaggiato” e fu Socio fondatore della “San Vincenzo De Paoli” a Termini Imerese. Scrittore versatile fu corrispondente del Giornale di Sicilia e collaboratore delle riviste “Europeo” e “Palermo”. A lui si devono numerosi articoli di archeologia, storia, finanza e di dialettologia. Ebbe numerosi riconoscimenti onorifici: nel 1959 medaglia d’argento come “Benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte”, nel 1963 Cavaliere nell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Il suo nome è stato inserito nel “Dictionary of international biography 1976” edito in Inghilterra, a Cambridge. Nel 1991 dal Comune di Termini Imerese veniva pubblicata la sua opera “Locuzioni e modi proverbiali nella parlata di Termini Imerese”. Nel 1996, a cura del prof. Peter Dawson, docente di Lingua e Letteratura inglese all’Università degli Studi di Palermo e della prof.ssa Francesca Orestano, docente di Lingua e Letteratura inglese e Letteratura anglo-americana all’Università di Milano, veniva pubblicato il libro di Giuseppe Navarra, “Il dizionarietto di un Italiano in America”. E nel 2000 a nove anni dalla sua scomparsa era dato alle stampe “Termini com’era” a cura dell’antropologo prof. Salvatore D’Onofrio, docente nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo e membro del laboratorio di Antropologia Sociale del Collège de France. Il nome di Giuseppe Navarra è anche legato al Carnevale di Termini Imerese. E’ interessante riportare quanto il prof. Giuseppe Navarra scrive sul Carnevale Termitano nel suo libro “Termini com’era” GASM, 352 pp. 2000, nel capitolo “Le feste calendariali” alla voce “Carnalivari”. E’ una testimonianza del modo di vivere a Termini Imerese nel dopoguerra, in occasione della festa del Carnevale, un’esistenza piena di stenti per le condizioni di vita e dall’alta percentuale di povertà ma senza dubbio un modo di vivere più genuino e privo di fronzoli. A quell’epoca ci si accontentava di poco per divertirsi. Ecco quanto scrisse il Navarra.

«Da noi il Carnevale non finiva più. Cominciava il giorno dopo l’Epifania e terminava col Martedì grasso. Il giorno stesso dell’Epifania, a Termini Bassa si sentiva il cupo suono della brogna, quel tritone che una volta si pescava occasionalmente nel nostro mare, ed i monelli andavano gridando per le strade: “Doppu li ti Rrè, Olè, Olè” (N.d.r. dopo i tre Re Olè Olè). Erano già venuti, e continuavano a venire i venditori di tammureddi (N.d.r. piccoli tamburi), cerchietti di legno di tutte le dimensioni con un lato coperto da una membrana, e con incorporatevi dei pezzetti di latta che vibravano quando lo strumento veniva agitato o percosso. L’indomani dell’Epifania i monelli già uscivano per strade, con in faccia una maschera e gridando: “Ih, eh, Carnalivari iè, Ih, eh, Carnalivari iè” (N.d.r. Ih, eh, Carnevale è, Ih, eh, Carnevale è). La primavera che si avvicinava dava a tutti un senso di euforia, e nasceva in ognuno il desiderio di svagarsi e distrarsi; mancava la radio e la televisione, mancava il cinematografo e si era così pervasi da un bisogno di allegria e spensieratezza. Per prima cosa spuntava il calài. Si trattava di un vistoso pezzo di carta, o di stoffa, assicurata ad uno spillo ridotto ad uncino, che si attaccava destramente di soppiatto, a ridosso del vestito, scialle o mantello di un povero cittadino che, ignaro, tranquillamente passeggiava per la via. La vista di una persona che, così conciata, camminava per i fatti suoi, destava molta ilarità, finchè le risatine, le occhiate significative e il cannalivari iè gridato da qualche monello non avvertiva il merlo che gli era stato giocato un tiro. I mascarati (N.d.r. persone che indossavano la maschera) a volte a frotte, si vedevano ogni giorno in ogni parte della città, ed i giovedì e le domeniche, quando si ballava in casa di privati, avevano facoltà di partecipare ai balli, ma dovevano prima farsi riconoscere, togliendosi la maschera.

I giovedì di carnevale prendevano i nomi di “iòviri ddi li cummari”, “iòviri ddi li parenti”, “iòviri zzuppiddu” e “ggioveddì rassu” (N.d.r. giovedì delle comari, giovedì dei parenti, giovedì del diavolo e giovedì grasso) ed in ognuno di questi giorni la baldoria aumentava e la cucina era più doviziosa non mancando mai la salsiccia, cotenna e carne di maiale, a costo, magari, di fare qualche debituccio. Il “ggiveddì rassu”, specialmente, le maschere ed i domino (n.d.R travestimento di carnevale composto da un ampio mantello con cappuccio) erano numerosissimi, e le case private in cui si ballava a suo di fisarmonica, di mandolino e di friscalettu (N.d.r. strumento musicale a fiato simile al flauto) non si contavano più. Qualche volta compariva anche il mariolu (scacciapensieri). Nell’ultima domenica di carnevale l’animazione cresceva e l’atmosfera gioiosa pervadeva tutti, ma il gran giorno, “martedì rassu” si scatenava la baraonda. Maschere, frastuono, petardi trombe e trombette, brogne, getti di cipria.”…” Ma ritorniamo al martedì grasso. Salvo qualche disgraziato, e ce n’erano, le provviste erano state abbondanti, e a mezzogiorno il pasto era stato fuori dall’ordinario, perché si era lasciato allo stomaco ampio spazio per il baccanale della sera. Imperava la carne di maiale che era presente nelle sue varietà, ed i giardinieri avevano scannato il maiale che avevano allevato nel loro giardino.

Non si poteva in nessun modo rinunziare alla pasta fatta in casa, e la madre di famiglia aveva già preparato i maccheroni che venivano stesi su canne ad asciugare. Annotando avveniva un gran concorso di popolo per il rogo che attendeva il povero nannu, un fantoccio appeso ad una canna, dietro il quale procedeva lentamente la calca che gridava con voce lamentevole: “nannu miò”, “nannu miò (N.d.r. Nonno mio, Nonno mio). Una persona con voce stentorea, tra le grida di ilarità, leggeva quindi il testamento del morituro, in forza del quale persone conosciute da tutti ricevevano in eredità il bastone, l’orologio, la caiella (soprabito), le pantofole, la pipa, l’orinale ecc. Finita la lettura il povero nannu era dato alle fiamme come un malfattore, tra le grida ed i lamenti dei presenti, che erano assecondati dalla fasuledda della musica (N.d.R. componimento che viene ballato in cerchi seguendo la velocità del ritmo che va alternandosi) Ed ora tutti i pensieri erano rivolti alle tante cose da ingozzare. Un gran piatto di maccheroni allo stufato di maiale, condito con ricotta: cotenna, mollame, salsiccia stufata e arrostita, insalata, olive nere e bianche alle quali seguivano arance e finocchi. Chiudeva la festa il principe dei dolci, il cannolo, che allora aveva una lunghezza e un diametro considerevoli, seguito da noci e mandorle abbrustolite. Che aiutavano a mandare giù rispettabili quantità di vino, a quei tempi ricavato dall’uva, per “ccomu è bberu Ddiu” (n.d.R come è vero Dio “vino verace”) come si diceva. Se i fumi dell’alcol non avevano ancora ottenebrato le menti, potevano seguire scherzi, facezie e indovinelli, mentre i più giovani ballavano la tarantella. Fino a notte alta si giocava a tombola o a ssetti e mmenzu (N.d.r. gioco del sette e mezzo) La parola Carnalivari si riferisce a persona inetta, goffa, maldestra e superficiale».

Ancora oggi il prof. Navarra è ricordato per la sua, erudizione e per il suo spirito acuto nell’osservare la realtà cittadina della “Termini com’era”.

Si ringraziano la prof. Antonella Tripi per la foto del prof. Giuseppe Navarra, e la prof. Maria Teresa Castiglione Navarra per le informazioni biografiche.

Giuseppe Navarra

 

longo@gdmed.it

Giuseppe Longo

 

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