Lo “Stile” delle fotografie di una volta

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Palermo – Per oltre un secolo, tra la metà dell’Ottocento e gli anni ’60 del secolo XX, era diventata una abitudine consolidata anche per gli italiani appartenenti al ceto medio, addentrarsi all’interno dello Studio di un fotografo per procurarsi il proprio ritratto “ufficiale” destinato a rappresentare la “bella presenza”, il ruolo sociale e l’identità personale in quasi tutte le circostanze, più o meno liete, dell’esistenza terrena. Generalmente i nostri antenati affrontavano l’obiettivo per la prima volta nel corso della loro infanzia e, cercando di vincere il timore, stringevano opportunamente un giocattolo o pensavano al gelato che i genitori avevano astutamente promesso. Sarebbero tornati dal fotografo solo quando, ormai giovanotti, avrebbero avuto l’esigenza di lasciare una copia del ritratto alla fidanzata ed una alla mamma, prima di andare a “fare la guerra” o di emigrare … “per terre assai lontane”. Piuttosto che apparire sfacciate, le giovani donne ostentavano noia o timidezza quando si facevano fotografare, quasi sempre in due, in piedi e con un vezzoso, ma “misterioso”, ombrellino. Il medesimo parasole veniva probabilmente offerto dal fotografo a tutte le signore per evitare di tenere le braccia ciondoloni sui fianchi o non sembrare poco aggraziate “con le mani in mano”. Coloro che, con un po’ di fortuna, raggiungevano l’età matura, che a quei tempi definivano già vecchiaia, si sarebbero messi nuovamente in posa con espressioni arcigne e tante rughe capaci di narrare la storia della loro vita. Gli atelier fotografici trovavano una poco accogliente collocazione ai piani ammezzati dei Palazzi del Centro e facevano un intenso odore di zolfo ed altri prodotti chimici. L’arredamento dello Studio ricordava l’ambulatorio del Pronto Soccorso di un villaggio ed il riscaldamento era addirittura eccessivo quando venivano accese le grandi lampade ad incandescenza delle “padelle” e dei riflettori posizionati attorno al banco ottico, dietro al quale il fotografo scompariva, coperto da un pesante panno, per riemergere “trionfante” con in mano uno chassis dentro al quale, su un foglio di pellicola, giaceva l’immagine latente di un volto, di una figura intera o di un gruppo. I tempi di esposizione troppo lunghi ed il laborioso procedimento di sviluppo e stampa richiedevano regolarmente un trattamento delicato: il ritocco manuale.

Talvolta un intero nucleo familiare decideva di affrontare unito, con coraggio e solennità, l’ardua esibizione con lo scopo di ricevere dall’esperto “maestro della luce” (e dell’oscurità), la prestigiosa stampa di un gruppo di famiglia in un interno, possibilmente montato su un elegante cartoncino di supporto decorato. Una immagine ufficiale e definitiva destinata non solo a parenti ed amici, ma alle generazioni future.

L’Associazione Fotografica Alesina, in collaborazione con l’associazione Tusa Nero su Bianco, ha dedicato il pomeriggio del 19 e quello del 26 agosto al “Ritratto di famiglie in un interno”, una iniziativa che ha riproposto la tradizionale foto di gruppo all’interno di uno tra gli ambienti più suggestivi di Tusa, gli antichi Magazzini Notarili. Il progetto fotografico portato avanti dagli abili ed esperti fotografi Vincenzo Montalbano, Antonio Sambataro, Rosario Di Marco e Antonio Miceli, ha avuto un evidente significato tecnico, ma anche un certo valore artistico con una gradevole “spruzzata” di … nostalgia del passato.

Andrea di Napoli

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