Storia de “I Cardonazzi”

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La stagione teatrale all’istituto Gonzaga. Fascicolo secondo

Palermo1) Alessandra Siragusa

Desidero iniziare questa seconda puntata della storia de I Cardonazzi con un pensiero di affetto e di rispetto per Alessandra Siragusa, scomparsa nel 2013 a soli 50 anni. Giovanissima ha partecipato a numerose rappresentazioni teatrali de I Cardonazzi, mostrando compiutamente quelle doti di serietà di impegno e di capacità che l’avrebbero poi condotto alla stima generale nel Paese. Dei lavori cui ha preso parte parleremo seguendo il corso degli eventi. Adesso desidero ricordare che Alessandra, laureata in Lettere classiche, è stata apprezzatissima nel mondo della scuola, che ha seguito come Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Palermo dal 1993 al 2000. Riuscendo ad eliminare doppi e tripli turni. Alessandra è stata poi eletta alla Camera dei Deputati nel 2008 per il Partito Democratico. Ciao Alessandra, da tutti I Cardonazzi.

2) Alcune precisazioni. Il progetto editoriale

Il primo fascicolo di questa storia è apparso sul quotidiano d’arte e cultura Zed del 2 agosto 2018. Un ringraziamento personale debbo fare al prestigioso Centro Studi Giulio Pastore di Agrigento, ed al suo presidente Sergio D’Alessandro con cui ho spesso collaborato e che anni addietro mi esortò a questo lavoro. Come annunciato correggo alcune imprecisioni. La prima rappresentazione della Filodrammatica di Villa Ranchibile è avvenuta venerdì 27 aprile 1973, non 1972. Tra le istituzioni con cui abbiamo collaborato ci sono anche la Camst e la Fatme, furono rapporti correttissimi. Giacomo Fuschi vive a Manchester, non a Londra. E lì che – se vorrà il Signore – andremo a recitare ancora una volta. Giuseppe Santostefano e Filippo La Porta mi correggono “Tu non puoi definirti il leader, sei sempre stato per tutti i Cardonazzi il Presidente e basta e lo sei tuttora”. In effetti è così che sono definito da sempre, indipendentemente dalle cariche, e non mi vergogno di dire che l’appellativo non ha valore solo nominalistico, e che sono autenticamente commosso sia dalla precisazione come dall’accoglienza riservata alla prima puntata del racconto. Concludo con un forte ringraziamento a Tonino Pitarresi direttore responsabile della testata giornalistica che ci ospita. Tonino non è solo colui che ci concede lo spazio. È soprattutto una storica e non comune presenza di giornalismo culturale ed etico militante. Il mio progetto è quello di raccogliere tutte le puntate di questa storia in un volume, con un adeguato apparato iconografico. Il numero delle visite alla prima puntata mi incoraggia a proseguire. Come già detto, il tempo trascorso può portare a imprecisioni ed omissioni. Sono grato a chi me li segnalerà, e saranno sempre pubblicate le correzioni. Ci si potrà rivolgere per questo anche a Giuseppe Santostefano, Rosalba Bologna e Maria Elisa Paterna che hanno accettato di assistere i miei ricordi.

3) Al Don Orione di Via Pacinotti

Riprendiamo il racconto. Ad aprile del 1974 si era definitivamente chiuso il rapporto con l’aeroporto Militare di Boccadifalco e con il suo teatro. La voglia, anzi l’assoluta determinazione di continuare ci pone sul sentiero della ricerca di un teatro. Nel frattempo, il mio nuovo ruolo appare crescente. Ed a ciò collabora definitivamente la strana vicenda del Don Orione di Via Pacinotti, a Palermo. Ma debbo prima aprire una parentesi Ai primi dell’anno le tre maggiori banche siciliane: Banco di Sicilia, Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele II per le Province Siciliane, e Banca del Sud- tutte adesso scomparse per la ignorante, incolta ed incapace indifferenza della intera classe politica siciliana, all’Assemblea Regionale Siciliana ed al Parlamento della Repubblica- avevano lanciato una selezione per titoli per l’ammissione ad un Corso di Specializzazione in Discipline di Banca e di Borsa da tenersi presso la Camera di Commercio di Palermo. Le domande furono migliaia, gli ammessi solo 54. Ero tra essi. Il Corso si svolse dal febbraio al luglio 1974 e, dopo esami francamene non semplici, alcuni fummo poi assunti dalle tre banche. Ricordo che la stampa ci definì “cervelloni”. La migliore in assoluto fu Rosa Maria Rini, diventata poi apprezzatissima funzionaria della Cassa di Risparmio. Tra i prescelti ci furono persone eccellenti, di grande spessore culturale ed umano. Come Guglielmo Namio, Tito Campesi, Antonio Margiotta, Carla Ballerini, Rosita Costantino, Emanuele Giglio, Salvo Ajovalasit, divenuti poi spettatori de I Cardonazzi.

Riprendo la narrazione e debbo essere chiaro. In quel momento tra I Cardonazzi esisteva la generale determinazione di andare avanti. Non esisteva però una struttura associativa, non c’era un leader indiscusso, del tutto assenti risorse economiche. La gestione reale del botteghino a Boccadifalco resterà sempre infatti ascrivibile ad una dimensione misteriosofica. In questa insicurezza, alla ricerca di una sede teatrale stabile, Giovanni Tutone prese legittimamente l’iniziativa di contattare il Don Orione di Via Pacinotti, che disponeva di un grazioso, ancorchè non grande, teatro, e la data di uno spettacolo fu fissata. Non si è mai compreso cosa fosse realmente accaduto in seguito. Di norma si sottoscriveva un impegno e si saldava il giorno dopo lo spettacolo. Ma quella volta, assai probabilmente scottati da qualche precedente negativo che non potevamo conoscere, la sera della rappresentazione, a scenari montati e pubblico che attendeva di entrare, ci chiesero il pagamento anticipato dell’affitto del teatro, diversamente lo spettacolo non avrebbe avuto luogo. Una iena affamata e ferita era in quegli istanti assai più cordiale di me. Presi l’iniziativa esautorando tutti e, con una breve trattativa, non condotta sottovoce, chiusi l’accordo su un anticipo di “sole” cinquantamilalire, del 1974. Somma enorme per me. Corsi a casa, raccolsi i miei averi ed anticipai di tasca mia. Ritengo che da quel momento io sia divenuto, almeno di fatto, “il presidente”. E da quello stesso momento fui l’unico a condurre i rapporti con l’esterno. Volli saldare tutto a fine spettacolo con l’incasso del botteghino. Affermando quella norma di assoluta serietà nei pagamenti che ci è stata sempre riconosciuta. Ma si posero contestualmente le basi per una diversa conduzione della compagnia. Ero l’unico ad avere discrezionalità di impegnare il gruppo verso l’esterno. E da allora tenni l’amministrazione, mentre tutti gli introiti erano destinati al miglioramento delle nostre attrezzature artistiche, inclusi i costumi. Nessuno, attore e tecnico, tanto meno io, veniva retribuito. Ma la conduzione artistica degli spettacoli, con la scelta degli interpreti e dei ruoli tecnici, era di competenza del regista. In questo ruolo si alternarono dapprima Biagio Pardo e Santi Ajello. Successivamente passò quasi esclusivamente a Santostefano. E per molto tempo ciò funzionò bene. Ma torniamo allo spettacolo al Don Orione di Via Pacinotti. Conclusa la battaglia dell’anticipo, potemmo rappresentare Nica, che Nino Martoglio scrisse nel 1903. Tra gli interpreti Franco Maniscalco, Rosalba Durante, Teresa Santostefano, Biagio Pardo e Giovanni Tutone. E con ciò si concluse il nostro rapporto con il Don Orione.

Nel frattempo si andava creando un gruppo sempre più vasto di amici ed estimatori che oltre a seguirci praticamente ovunque come pubblico, in pratica partecipava in varie forme al nostro lavoro. E a chi avesse voluto recitare non erano posti ostacoli tranne il possesso della qualità (o meglio della sincera spontaneità). In questo senso non interferivo mai nelle scelte del regista. Insomma il rapporto con I Cardonazzi era aperto. Una sola volta espressi dapprima perplessità, divenuta poi veto intransigente. Si era avvicinato un attore quasi trentenne, sicuramente assai bravo, ma anche aduso nell’introdurre disordine e zizzania allo scopo di primeggiare. Sentivo sempre di più una sorta di responsabilità “paterna” verso il gruppo. Così non ascoltai nessuno e gli dissi chiaramente che non lo gradivo. E andò ad infelicitare altrove. Ero peraltro certo che la maturazione artistica del gruppo dovesse avvenire in via del tutto naturale, come processo endogeno. E che Biagio, Santi e Giuseppe avrebbero assicurato ottima guida artistica.

Divennero nel frattempo parte integrante della compagnia persone che offrirono contributi solidissimi. Tra essi le mie due deliziose sorelle, assai più giovani di me, Maria Elisa e Graziella Paterna, con talenti diversi ma che furono altrettanto determinanti. Benedetto “Bino” Marasà, intelligenza creativa, troppo avanti rispetto ai penosi tempi della Sicilia di allora e di oggi. I fratelli Salvatore “Totò” ed Antonio Badagliacca, cui si aggiunse poi la sorella Angela, bravi sulla scena ma soprattutto spontanei e sinceri. Anna Licia Tumminello, intelligente e romantica, ed anche eccellente ballerina di danza classica. La seguì il fratello Sergio. E la giovanissima Rosalia “Rosalba” Bologna destinata a divenire una delle più brave attrici siciliane in assoluto. Si andava inoltre consolidando il più radicale dilettantismo come fondamento ideologico della Compagnia. Derivato anche, da un lato, dal piacere di stare assieme facendo una cosa entusiasmante come il teatro. Dall’altra, dal progressivo “sentire” la bellezza e la profondità culturale della proposta al pubblico: i capolavori incoltamente sottovalutati, della titanicità dello spirito siciliano. Nel contempo la professionalità dei nostri lavori e la nostra serietà avrebbero finito per prevalere – a detta del botteghino – sugli incassi di tanti professionisti.

4) A Lercara Friddi

Intanto uno degli amici sostenitori, l’architetto Gaetano Cuccia, divenuto poi uno dei più apprezzati e stimati docenti universitari della Facoltà di Architettura di Palermo, ci propose di allestire uno spettacolo per il Comune di Lercara Friddi, sua città natale. Nostro spettatore era anche Francesco Ventimiglia, amico di Cuccia, e mio compagno di scuola al Collegio Sant’Ignazio di Messina alle elementari ed alle medie. Ventimiglia chiuse la sua carriera come dirigente del Banco di Sicilia. Così il pomeriggio di sabato 31 agosto 1974 portammo presso il Cinema Teatro di Lercara, L’Aria del Continente di Martoglio. Il trasporto del materiale avvenne il giorno prima, e seguirono le prove generali in un clima goliardico, e lo spettacolo fu un trionfo. Ma pochi sanno che si rischiò la catastrofe burocratica. La mattina della recita infatti, un solerte difensore della legalità mi aveva messo in crisi chiedendo l’agibilità della Compagnia. Appresi che essa veniva rilasciata dalla Prefettura dopo l’apposizione del nulla osta da parte dell’ENPALS, Ente di Previdenza dei Lavoratori dello Spettacolo. Francamente ignoravo tutto ciò, anche perché nessuno di noi era retribuito. Lo spettacolo sembrava in forse. Chiamai a raccolta, dissi di continuare comunque i preparativi e – letteralmente aiutato dal Dio degli incoscienti- volai a Palermo con la bella FIAT 125 prestatami da mio padre, che non so quante volte rischiai di distruggere. Andai all’ENPALS, nei pressi di via Sammartino, posteggiando facilmente in una Palermo assai diversa da quella di adesso. Fui fortunato ed incontrai persone disponibili, che si meravigliarono. Così dice la norma, ma di fatto non viene richiesta alle filodrammatiche. Non si fecero però pregare e apposero il necessario nulla osta. Fui fortunato anche alla Prefettura, ma anche là la vicenda suscitò un, professionalmente trattenuto, stupore. Dopo essermi rinvigorito con una straordinaria brioscia con zuppa inglese e panna, tornai assai più tranquillamente a Lercara, mostrando il papello al solerte, che potè così sentirsi vincitore nella battaglia contro il tumultuoso diffondersi della illegalità. Ma adesso, prima di proseguire nel racconto, appare necessaria una chiosa.

Così afferma una nota dell’ENPALS, da chiunque rintracciabile su internet. Il certificato di agibilità è il documento che autorizza l’impresa a fare agire nei locali di proprietà (o di cui le stesse imprese abbiano diritto personale di godimento) i lavoratori dello spettacolo artisti e tecnici, occupati nelle categorie da 1 a 14 dell’articolo 3 del decreto legislativo del Capo Provvisorio dello Stato n. 708 del 1947 (e successive modifiche e integrazioni), in relazione a uno specifico evento (o aduna serie di eventi). L’agibilità viene rilasciata dall’ENPALS previo accertamento della regolarità degli adempimenti contributivi a seguito di idonee garanzie, anche sottoforma di fideiussioni bancarie e assicurative di importo pari all’ammontare dei debiti contributivi (come da circolare n.16/2007). L’impresa di nuova costituzione, per ottenere il certificato di agibilità dovrà versare un deposito cauzionale, di importo corrispondente al 10% dei contributi stimati per un periodo di tre mesi, o presentare fideiussione per lo stesso importo. Orbene, questa è la norma. E che diavolo c’entra con l’impresa una filodrammatica di dilettanti, costituita da appassionati, alcuni allora liceali, che non sono “occupati” e che non percepiscono alcuna retribuzione? A me sembra che in questo caso la richiesta sia una autentica violazione censoria dei principi costituzionali di libertà di espressione. Suggerisco a chi volesse approfondire la questione le lucide pagine di Filippo Mussi: Le politiche culturali in Italia. Il Teatro amatoriale nel testo curato da Andrea Villani per Franco Angeli, Milano 1997.

Ma la burocrazia italiota ha risolto il problema. Consapevole che la norma, espressamente rivolta alle imprese, se applicata alle filodrammatiche è illogica, ma anche profondamente stupida, semplicemente non la applica. In realtà, nei successivi nove anni subimmo, più che legittimamente, i controlli della SIAE, ma nessuno chiese mai l’agibilità della Compagnia. Né mi risulta sia mai stata chiesta a gruppi teatrali analoghi. Né mai noi la richiedemmo.

Questo episodio, e l’esperienza insostenibile della precedente allegria gestionale a Boccadifalco, rappresentò un insegnamento fondamentale per me, come “presidente” della compagnia. Mi alfabetizzai sulle normative dello Spettacolo, sulla agibilità delle strutture ospitanti, sui borderò SIAE, sulla corretta conduzione del botteghino dove posi sempre persone serie ed affidabili, sulla normativa antincendio e sulle coperture assicurative. Misi particolare cura nel rispettare le norme della SIAE. Ciò ci valse presto il rispetto da parte degli stessi verificatori. I controlli, all’inizio assidui, erano divenuti quasi episodici verso la fine della nostra attività. Ed offrii sempre la massima collaborazione al personale antiincendio. Il nome de I Cardonazzi significava, anche, che non c’erano truffe al botteghino. Ne siamo stati sempre orgogliosi e qui desidero ricordare in anticipo i nomi di alcuni di coloro che garantirono sempre puntuale serietà. Mascia Ciringione, Giacinta Sacco, Felice e Antonello Di Caccamo, Beppe La Rocca detto “Il Capo” poiché esercitava una funzione di vertice nella sua amministrazione.

Questa acculturazione peraltro mi tornò utilissima quando, su sollecitazione di Ubaldo Mirabelli (uomo di immensa cultura e che è stato forse il miglior soprintendente nella storia del Teatro Massimo di Palermo, ponendone le basi per la riapertura, ed il cui ricordo è – ovviamente – adesso trascurato) divenni, nel 1985, Segretario Regionale dell’AGIS, Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, dopo essere sopravvissuto a Roma ad un esame con Franco Bruno, mitico Presidente Nazionale dell’AGIS dal 1980 al 1988. In quegli anni Presidente Regionale era il cortesissimo ingegnere Mario Mangano. L’AGIS riuniva 27 associazioni di categoria dei settori cinema, teatro, circensi e ballettistiche.

5) La costituzione formale della Compagnia

La richiesta della agibilità della compagnia alla Prefettura aveva posto anche un altro delicato problema. Nella istanza avevo dovuto seguire un formulario qualificandomi responsabile, come direttore, di una compagnia di prosa che in effetti neppure esisteva sul piano formale, e che non presentava alcun legame all’interno, al di fuori della somma delle, possibilmente, mutevoli volontà individuali. Sul piano pratico esisteva una ormai acquisita coscienza di gruppo ma nel momento in cui si prospettavano impegni esterni precisi, con responsabilità anche finanziarie, bisognava dotarsi di reciproca e collettiva responsabilità formale solidale. Nel firmare quel documento mi ero assunto personalmente responsabilità civili e penali senza alcun corrispondente vincolo. Si pose la questione di redigere uno Statuto che prevedesse diritti e doveri de I Cardonazzi. Una prima soluzione alla questione fu trovata tramite uno Statuto della Compagnia di Teatro di Prosa I Cardonazzi, avente forma di scrittura privata, sottoscritto da dieci soci fondatori il 28 ottobre 1974. Risultano firmatari Giovanni Paterna, Biagio Pardo, Francesco Maniscalco, Giovanni Tutone, Marcella Maggio, Giuseppe Santostefano, Giuseppe Cavataio, Mascia Ciringione, Rosalba Durante e Teresa Santostefano. L’accordo, in nove articoli, previde innanzitutto la responsabilità solidale degli associati. Venne deciso anche che per la stagione 1974-1975 venisse prevista una direzione artistica affidata a Biagio Pardo, che assumeva anche la funzione di regista. Il magazzino, già cospicuo, era affidato a Santostefano Coordinamento generale, amministrazione e rappresentanza verso l’esterno mi competevano. Era previsto il divieto di attività artistica presso altri gruppi senza l’autorizzazione del coordinatore o della maggioranza dei soci fondatori. Il dilettantismo, cioè la non retribuzione, veniva sancita in modo netto. Era infine prevista la possibile futura adesione di soci ordinari. Questo accordo sostanzialmente resse serenamente molto tempo, e le successive modifiche ne operarono aggiustamenti e correzioni senza alcun stravolgimento dei principi fondamentali. Fu cosa bellissima che testimoniò il reale spirito del gruppo.

Nel frattempo, nel settembre 1974, ero divenuto un dipendente in banca. Stritolato nella morsa tra il mio implacabile gesuitico senso del dovere, molto spesso infelicitante, e la fine oggettiva del sogno di fare l’insegnante di Storia e Filosofia, a ciò vocato dalle mie appassionate letture. In conseguenza dei risultati del ricordato corso dei cervelloni, ero stato infatti assunto dalla Cassa Centrale di Risparmio, e destinato come impiegato amministrativo allo sportello della Succursale 10 di Via Napoli a Palermo, sulla quale gravitavano molti commercianti di via Maqueda e via Sant’Agostino. Tra essi trovai, nei miei due anni vissuti in quella zona, molta più dignità di quanto riscontrabile in aree ritenute migliori della città. Dopo molti anni, conclusi la mia vita bancaria come Capo delle Relazioni Esterne ed Affari Generali della Direzione Generale della Banca. In quel tempo però la circostanza che io lavorassi confermava, a detta di Santostefano, la idoneità del mio ruolo di amministratore. Il suo ragionamento era che essendo io tra i pochissimi a guadagnare, ero tendenzialmente meno indotto in tentazione dal maneggio di denaro. In realtà il mio coinvolgimento era fortissimo, e comportava forti pulsioni di disinteressata protezione. Mi limito ad un esempio: in undici anni nessuna locandina né alcun manifesto de I Cardonazzi ha mai ospitato il mio nome. Peraltro proprio la evidenza della gestione mi furono sempre riconosciuti dagli stessi contestatori in alcune epiche riunioni del gruppo, aperte sempre –finquando ne ebbi l’incarico – dalla mia dettagliata esposizione dei conti.

Il contrasto tra la mia rapidità delle decisioni e l’emarginazione che ne conseguiva per i teorici dell’assemblearismo ad ogni costo (in quegli anni funestamente di moda nel nostro Paese), e un certo disappunto, da parte di alcuni per l’errore di valutazione fatto sulla mia vera personalità, prima – erroneamente – ritenuta fondamentalmente mite, istituzionalizzarono, lo scontro periodico nelle cosiddette riunioni de I Cardonazzi. Esse rappresentavano elemento di goduria per i più, in considerazione del fatto che erano praticamente aperte ad amici, fidanzate ed amanti. Ci si preparava ad esse come ad una ricorrenza sociale di grande momento, prestigio nel parteciparvi e soprattutto, reale divertimento. Esse però non portarono mai a fratture non superabili nel brevissimo periodo, ed anche nei momenti più tempestosi da nessuno fu mai messo in discussione uno spettacolo o la continuazione dello stare assieme. Di norma lo schema si ripeteva, ogni quattro cinque mesi, e vedeva – nei primi anni – da un lato il Paterna, decisionista, insofferente degli assemblearismi e, forse, col complesso del capoclasse. Antagonista stabile era il Tutone, che aveva dapprima aspirato al ruolo di leader, generalmente appoggiato dal Pardo. Tradizionalmente, ma con qualche volatilità, Santostefano prendeva le parti del Paterna. Anche la fine era sempre scontata, e la maggioranza, silenziosa, sempre divertita nel godimento provocato dall’epico contrasto, votava per il Paterna con maggioranza regolarmente bulgara. Anche perché i fatti mi davano ragione.

Al termine di uno di questi tragicomici conflitti fece scuola una epica battuta del Cavataio, passata alla storia, che – benevolmente – suggerì al Tutone la frequenza di un corso di astuzia tra le volpi dell’Abruzzo. E confesso che, pur sempre riconoscendone la fonte, ho talora utilmente utilizzata questa frase nella mia vita di relazione. A volte anche sul lavoro. Dopo quella di Fuschi e questa di Cavataio, una terza mitica espressione apparterrà a Santostefano. A suo tempo. Non simpatico fu invece un battibecco avvenuto, durante lo spettacolo, dietro le quinte del teatrino dell’Oratorio Salesiano di Santa Chiara, uno dei quartieri più popolari di Palermo, dove recitammo per beneficienza, cosa che facemmo spesso. La discussione era nata dalla contestazione, da parte di alcuni, della mia decisione di assumere questo impegno. Anche perché non tutti nel quartiere erano entusiasti per la nostra presenza, ed il tettuccio della Cinquecento di uno degli attori, posteggiata all’esterno, era stato tagliato. Ma i numerosissimi spettatori erano realmente “priati” e grati per lo spettacolo, considerato rarissima manifestazione di disinteressata attenzione per il loro quartiere. Riprenderei questa decisione. Il dissidio dietro le quinte finì però per infastidire lo svolgimento della recita. Così Santi Ajello, in quel momento in scena, andò a soggetto parlando di clamori di piazza, rientrò nelle quinte, fece una terribile quanto sacrosanta cazziata a tutti (me compreso) e poi, con incredibile bravura e faccia tosta tornò sulla scena, raccontando non so cosa e riprendendo il filo del copione, che finì tra convintissimi e prolungati applausi.

6) La stagione all’Istituto Gonzaga.

Restava però da risolvere la questione di una sede stabile per le nostre stagioni. Durante il periodo universitario avevo spessp partecipato a tornei calcistici al Gonzaga. Ed allora vi giocavo a tennis con Marcello D’Amico gran gentiluomo, e meno frequentemente con Roberto Urso, anch’egli gran signore ed eccellente cronista sportivo del Giornale di Sicilia. Così, sfruttando la mia qualità di ex allievo del Collegio Sant’Ignazio di Messina dei Padri Gesuiti, chiesi l’utilizzo del teatro dell’Istituto Gonzaga. Ero conosciuto e fui accolto a braccia aperte.

Per l’amarezza che mi ha causato l’apprendere della sua distruzione, debbo ricordare come il Collegio Sant’Ignazio, costruito dopo il terremoto del 1908, fosse un autentico gioiello architettonico, il più bell’edificio della, allora, bella Messina. Collocato al centro del centro, a Piazza Cairoli, era uno dei “luoghi” della città. Poi fu alienato e raso al suolo. Al posto suo c’è adesso un supermercato. Ma la stupidità umana non ha limiti. Eliminate le civili vecchie rotaie del tram, naturalmente cresciute progressivamente con la città, è poi arrivato il nuovo modello di tram, quello che si costruisce solo al sud d’Italia, con le vaste strutture laterali, inesistenti altrove, che hanno lo scopo prioritario di fare lievitare i costi, con vantaggi per taluni. Così è stato distrutto il traffico di superficie di Viale San Martino, ponendovi aggiuntivamente frattura fisica e psicologica tra le due sponde, ed incattivendo la naturale mitezza dei messinesi. Fortuna che questo a Palermo non è successo, e non potrà mai accadere. O no?

Ma torniamo al racconto. Il palcoscenico del teatro del Gonzaga era strettino, e non aveva aperture laterali, ma l’ospitalità dei Padri Gesuiti fu signorile. Mi chiesero solo il rispetto del luogo, vicinissimo alla chiesa. Ma questo era nella nostra indole. Realizzammo così in parte quel programma che era stato previsto come possibile seconda stagione a Boccadifalco. Il successo fu notevole, soprattutto tra le famiglie degli allievi e degli ex allievi del Gonzaga. Ad essi si aggiunsero i nostri supporter tradizionali, che ormai ci seguivano ovunque. Così il teatro era sempre strapieno. L’inizio fu davvero epico, con Il Marchese di Ruvolito, dato sabato 21 dicembre ’74. Spendemmo un capitale per fare ed affittare i costumi, facemmo in proprio gli scenari nei locali disponibili a Santostefano ed il successo fu straordinario. Per la regia di Biagio Pardo recitarono Giuseppe Santostefano, Marcella Maggio, Rosalba Durante, lo stesso Biagio nel ruolo del protagonista, Francesco Maniscalco, Giovanni Tutone, Gigi Ferruzza, io stesso nella parte del barone di Mezzomondello, le mie sorelle Maria Elisa e Graziella, Totò Badagliacca, Teresa Santostefano, Antonio Badagliacca, Giuseppe Ferruzza, Pino Cavataio, Angela Badagliacca, Rosalba Bologna, Licia e Sergio Tumminello, Rosario “Pino” Tanania. Come supporto tecnico fuori dal palcoscenico operarono Mascia Ciringione e la bella Giovanna Muzio. Tra i ricordi più vivi l’interpretazione, assolutamente farsesca ma di totale e intelligente spontaneità, di Luigi “Gigi” Ferruzza. Vestito dal cameriere ottocentesco, giallo e gallonato, non proferiva parola ma serviva in guanti il te. La sua espressione, realmente compunta, provocava però conati di riso anzitutto tra gli attori. Mi morsi a sangue la lingua quando si avvicinò a servirmi.

Un altro bel ricordo fu l’inizio del mio rapporto di amicizia con Antonio Palazzo allora nostro spettatore. Antonio era docente universitario ordinario di Diritto Privato alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo e Consigliere Giuridico del Presidente del Consiglio. Durante un intervallo fece una battuta che mi infastidì. Ne nacque un battibecco, e da esso – come talora avviene – una grande amicizia. Con Antonio curammo alcuni numeri del nuovo periodico Sud Nord, inizialmente diretto dal giornalista Carmelo Nicolosi De Luca, che è stato sotto altri aspetti mio Maestro. Carmelo è affermato e acutissimo romanziere e firma storica del miglior giornalismo scientifico italiano. Poi Antonio mi fece l’onore di scrivere la Presentazione del mio volume Dell’Economia Siciliana, edito dall’ISSP nel 1983. Fu quindi chiamato ad insegnare nelle migliori università italiane del nord e la Sicilia lo perdette.

La stagione 1974-1975 al Gonzaga continuò con I Navarra di Giovanni “Vanni” Pucci, di cui passò alla storia un episodio tragicomico. Tutone doveva entrare in scena di corsa, folle di gelosia ed armato di doppietta. Purtroppo però la precarietà dell’incrocio tra le nostre scene, realizzate in proprio, e la limitata struttura del palcoscenico lasciava libere alcune funi. Una di queste gli si attorcigliò attorno la gamba mentre era dietro le quinte senza che se ne avvedesse. Al suo momento, in una atmosfera assai drammatica, irruppe sulla scena brandendo l’arma. Ma la fune tesa nello sforzo risucchiò l’incolpevole all’indietro, come un elastico. Le folli risate, di tutti, salvarono paradossalmente lo spettacolo. Anche perché il gruppo rese benissimo per tutto il resto della commedia. Deve essere però sottolineato come il segnale della ripresa lo diede proprio Giovanni. Rientrò in scena con un impressionante e straordinario autocontrollo e resse benissimo la parte con una serenità che tranquillizzò tutti gli altri. Fu una bella prova di maturità collettiva e di professionalità, che finì apprezzatissima dal pubblico. I Cardonazzi prendevano sempre più consapevolezza della loro potenzialità. La stagione al Gonzaga continuò con Fiat Voluntas Dei di Giuseppe Machì. Quindi fu dato Scuru di Nino Martoglio. Furono in quella occasione, come pure nelle altre repliche, memorabili due interpretazioni: quella del padre cieco, Biagio Pardo, che rincontra il figlio, Giuseppe Santostefano, tornato dalla guerra ma divenuto cieco anche lui. Equilibratissima anche l’interpretazione di Teresa Santostefano nel difficile ruolo della figlia. Poco compresa inizialmente dal padre, diventerà il fondamento della famiglia. La stagione al Gonzaga fu anche uno dei periodi di migliore impegno di Giovanni Tutone.Riusciva a procurare a prezzi bassissimi il camioncino per il trasporto di scenari ed arredi. E lavorava con impegno al loro montaggio e smontaggio. Era di molto migliorato nella recitazione e faceva anche da suggeritore, incuneandosi tra i nostri scenari. Mancava infatti in teatro la botola del suggeritore. Eravamo troppo diversi, ineluttabilmente portati a confliggere, ma Giovanni era una persona profondamente civile, estraneo a ipocrisie ed infingimenti, e radicalmente sincero e spontaneo, anche nelle contestazioni.

Un altro caposaldo della nostra ideologia si venne creando in quel tempo. La rilevanza del riconoscimento dei ruoli non artistici. Sostenni strenuamente che chi dava il proprio contributo di lavoro e di responsabilità al botteghino e al controllo in sala del pubblico avesse la stessa dignità di coloro che recitavano. La stessa linea era seguita da sempre da Santostefano con la valorizzazione e la specializzazione di truccatori, datori di luci, suggeritori ed altri ruoli di appoggio. Fondamentali erano poi i tanti che collaboravano alla costruzione, trasporto e montaggi degli scenari. Ricordo, ad esempio, quanto bravo fosse divenuto Pietro Cucchiara come datore di luci. Ci consideravamo tutti alla pari, e questo era un mastice fortissimo. Nelle foto: un momento di Nica, al Don Orione. Ed il gruppo dopo la rappresentazione de il Marchese di Ruvolito al Gonzaga.

7) Nominativi citati nei due fascicoli

Nino Aquila, Santi Ajello, Salvo Ajovalisit, Michela Amico, Alfredo Amoroso, Salvatore Azzara, Angela Badagliacca, Antonio Badagliacca, Totò Badagliacca, Carla Ballerini, Maurizio Bologna, Rosalba Bologna Franco Bruno, Tito Campesi, Leo Cannilla, Filippo Carrà, Anna Catania, Pino Cavataio, Mascia Ciringione, Rosita Costantino, Pietro Cucchiara, Gaetano Cuccia, Sergio D’Alessandro, Marcello D’Amico, Aldo De Caro, Cesare Di Bartolo, Antonello Di Caccamo, Felice Di Caccamo, Accursio Di Leo, Giovanni Di Miceli, Don Giovannino, Rosalba Durante, Gigi Ferruzza, Giuseppe Ferruzza, Valeria Ferruzza, Giacomo Fuschi, Emanuele Giglio, Gianfranco Gulotta, Gaetano Ingrassia, Filippo La Porta, Beppe La Rocca, Maria Lio, Dante Diego Maggio, Marcella Maggio, Alfio Mangano, Mario Mangano, Franco Maniscalco, Bino Marasà, Antonio Margiotta, Massimo Melodia, Ubaldo Mirabelli, Totò Modica, Aldo Morgante, Filippo Mussi, Giovanna Muzio, Guglielmo Namio, Carmelo Nicolosi De Luca, Antonio Palazzo, Biagio Pardo, Lucia Parlapiano, Graziella Paterna, Maria Elisa Paterna, Andrea

I Cardonazzi, la Compagnia teatrale

Piraino, Lino Piscopo, Tonino Pitarresi, Rosa Maria Rini, Enzo Riolo, Giacinta Sacco, Laura Saia, Giuseppe Santostefano, Teresa Santostefano, Sergio Saturno, Sergio Schisano, Pietro Sessa, Alessandra Siragusa, Pino Tanania, Anna Licia Tumminello, Sergio Tumminello, Antonino Tutone, Giovanni Tutone, Leonardo Urbani, Roberto Urso, Francesco Ventimiglia, Andrea Villani, Maurizio Zappia, Franco Zappalà, Antonio Zito. (2 – continua)

Giovanni Paterna

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