“MEMINISSE Horret”

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Cefalù (Pa) – Rovistando fra le mie carte, vecchie e nuove, ma più vecchie che nuove, m’é capitato d’imbattermi in un foglio sgualcito ed ingiallito dal tempo, onorato da una nutrita sequela di escrementi ditterici, che nei trascorsi scolastici mi venne dato da una mia avvenente compagna di scuola, dagli occhi celesti come il cielo settembrino, alta, slanciata, apollinea, ahimé prematuramente scomparsa molti anni fa: Luisa Calderone.

Il foglio contiene una poesìa, firmata dalla predetta, che, quindi, debbo ritenerne l’autrice, quantunque non ricordi che componesse poesìe (ammenoché non l’abbia derivata da un noto od ignoto autore che sia o da qualche desueta filastrocca frutto di un vivido ingegno scolaresco, non so); componimento che ritengo un estroso intelligente culturale assemblaggio di situazioni e di personaggi di antologica estrazione, umoristicamente combinati, non solo degno di essere riproposto a futura memoria di colei, ma anche per ribadire come con molta semplicità ci si divertiva in quell’epoca ormai irrimediabilmente sommersa dalla indecorosa cenere dei passati decenni. “Ei fu!…”

La riporto qui, pertanto, così come sta scritta, senza aggiungere, togliere o correggere niente, in modo da lasciarle quell’inconfondibile sapore di ingenuità che allora permeava le nostre giovani menti:

“Meminisse horret.

Omero per un po’ non fu più cieco.

Penelope fedele più non era.

Per trovare il volume della sfera

era del tutto inutile il – p. greco-;

e Socrate, con aria lieta e astuta,

bevea Frascati invece di Cicuta.

Giano si rifiutò d’esser bifronte,

i sette re di Roma furon sei

e Garibaldi vinse ad Aspromonte.

Dio della guerra venne eletto Febo

e il futuro di possum fu potebo.

La distanza più breve fra due punti

per qualche giorno fu la linea storta;

Tebe rimase priva d’ogni porta.

Caronte più non traghettò i defunti.

A digiuno si mise Trimalcione

e Ugolino morì d’indigestione.

Suonava Enrico Ottavo le campane,

dava fiato alle trombe Pier Capponi,

nel torace avevamo tre polmoni

e in Alasca fiorivan le banane.

L’Egira la facea Sant’Agostino

e ascoltava la Messa il Saladino.

La grammatica, amici, che spavento,

scriveva Dante (lo perdoni Iddio!):

< io vorrei che tu e Lapo ed io

saremmo presi per incantamento>;

e Virgilio, con fare gaio e giulivo,

il soggetto mettea all’accusativo.

Le scienze eran soltanto un’opinione

ed era tutto in preda all’anarchìa:

italiano, francese, geografìa,

storia, latino, greco e religione.

Poi, pria che in rovina il mondo andasse,

i professori son tornati in classe!…

Isa Calderone“.

Giuseppe Maggiore

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