Un singolare incontro. Gaetano Messina e i suoi colori

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Cefalù (Pa) – Proprio l’altro giorno, 1° aprile, nello studio dell’oculista Dr. Giovanni Lo Bianco, dove mi sono recato con mia moglie per un normale periodico controllo, mi sono trovato a sedere nella sala d’aspetto in attesa che venisse il nostro turno di fronte ad un signore d’età oltre i settanta, corpulento, baffuto, dal viso aperto e dall’espressione cordiale.

Accanto a lui due donne: una attempata e l’altra no.

L’uomo, ad un certo punto, dopo averci fissati per un po’, più mia moglie che me, ed a lei cortesemente rivolgendosi, le disse che credeva di conoscerla per averla vista da ragazza, sessantacinque anni prima, a Cefalù, dove lui aveva studiato presso l’allora Istituto Statale d’Arte, oggi Liceo Artistico “Diego Bianca Amato”.

Possibilità molto improbabile, tale conoscenza, ritengo, dato che mia moglie (di tre anni più grande di lui, come seppi nel prosieguo) aveva fatto il classico, al Mandralisca, Istituto dislocato in tutt’altra strada da quella giornalmente percorsa dallo Stesso per la frequenza.

Comunque, una parola tira l’altra, il personaggio, molto loquace e da me mai conosciuto prima, si presentò (Gaetano Messina, mi disse), si qualificò pittore, giornalista, novelliere, già corrispondente de “Il giornale di Sicilia” e, a suo tempo, de “l’Ora”, m’informò che era stato a vivere in Australia, in India, a Parigi ed altrove, località dove aveva creato e lasciato molte delle sue opere, e che adesso si era ritirato con la moglie, Rosa, a Campofelice di Roccella, suo luogo natio, in una dimora sita in una contrada non lontana dal paese e che lui, con la sua percettibile estrosità, aveva fantasiosamente denominata “la casa dell’ulivo blu e della seta”.

Mi disse pure che a Cefalù, da studente, aveva avuto come maestro il Prof. Bartolo Martino (che, guarda caso, era mio zio, essendo il fratello di mia madre), insegnante ch’egli ricordava con molta stima ed affetto, e come direttore della scuola il Prof. Gerolamo Coco (altro mio zio, in quanto marito della sorella di mia madre); mi parlò della sua produzione artistica e di alcuni suoi incontri con importanti personaggi della politica, dello spettacolo, della cultura e dell’arte in genere nominandomi pure alcuni suoi colleghi ed amici del momento: Michele Cutaia, Giuseppe Forte, Morello, Di Nicola, mi pare, e quant’altri, artisti che, sempre guarda caso, mi onorano della loro amicizia.

Alla fine, essendosi prolungata l’attesa per la visita ed essendo divenuto più nutrito ed abbondante il nostro dialogo, ebbe la cortesìa di regalarmi un suo corposo catalogo illustrato, realizzato su carta patinata, che prima aveva estratto e fatto vedere in giro e che conteneva informazioni sul suo conto ed illustrazioni dei suoi lavori.

Sic et simpliciter.

Un incontro singolare ed interessante.

Esaurita la visita, scopo del nostro trovarci lì, ce ne tornammo a casa, io portandomi dietro il voluminoso esemplare cartaceo e mia moglie il benevolo referto dell’accreditato medico.

Così, dopo aver lautamente pranzato a base di aragosta, caviale e insalata di polpo prezzemolata, piatti seguiti poi da crepes ai funghi, da gateau di patate, da brasato al barolo e da cozze gratinate, portate che mai disertano la mia fastosa tovaglia (e ciò in ispregio ai tempi economicamente tristi in cui versiamo) ed aver parcamente libato alla sempiterna memoria del venerabile Bacco (e qui mi si consenta la celia che taluna volta m’ha causato, ahimé, qualche scoraggiante incomprensione), in buona sostanza, dopo, come si diceva una volta, essermi messo “in grazia di Dio”, spinto dalla sana curiosità ispiratami dallo sconosciuto personaggio casualmente poco prima incontrato e ritenendo tuttavia che sono molti quelli che ambiscono ad una luminosa ribalta (e il mondo ne è pieno e Cefalù non demorde) e che fanno sfoggio di proprie qualità, vere, supposte od inventate che siano, cominciai a sfogliare il testo con tanta spontaneità donatomi.

E pur nell’ignoranza della personalità dell’autore, del suo credito e delle sue opere, ho avuto l’agio di leggere e di toccar con mano i molti apprezzamenti su di lui annotati da personalità del calibro di Sergio Puttini, di Rosalba Gallà, di Giuseppe Forte, di Bernardino Del Boca, di Pino Badalamenti, di Piero Montana, di Giorgio Pisani, di Francesco Vasta, di Germano Scargiali e di quant’altri.

Il che mi ha dato palpabile contezza del consistente valore dell’uomo e dell’artista, del filosofo, del pedagogo e del cittadino integerrimo, sgombrandomi la mente da qualsivoglia possibile dubbio sulla sua veridica valenza.

Ma in più, quello che maggiormente conta, ho avuto modo di osservare, seppure non dal vivo ma efficacemente riprodotte sul catalogo, le sue tele, i suoi schizzi a matita od a china, le sue sete colorate, i tendaggi, le cravatte istoriate in maniera veramente originale, creazioni dove la competenza dell’impasto alchemico felicemente si sposa col gusto, con l’estrosità e con l’innegabile fantasìa del Nostro; la cui linfa creativa, tuttavia, non segue alcuna corrente di pensiero, alcuna moda o particolari intendimenti in auge, ma persegue un proprio itinerario creativo avulso da qualsiasi condizionamento alieno.

In buona sostanza, Il Nostro non ha antesignani o proseliti: e’ un artista, o, almeno, mi appare tale, che non copia ma inventa e che persegue una personalissima via ben determinata ed originale, unitaria ed univoca, che lo porta al conseguimento di risultati tali da renderlo inimitabile nel settore.

Il coacervo dei colori usati, il loro inseguirsi e confondersi sulle sete tra le ondulate pieghe del tessuto, il luccichìo dei gialli stemperati fra gli azzurri ed i blu, l’imponenza dei rossi magmatici disciolti in una irreale atmosfera di case e di barche e di coste, coste dove il terreno sembra imbeversi della trama delle variopinte sete, l’azzurro del mare navigato dinanzi all’occaso, tutto depone a favore di un’eclettica linfa creativa, determinata ed infaticabile, che conduce l’artista in un empireo concettuale dove la materia e lo spirito si fondono determinando una sempreverde giovinezza d’istinti connaturata ad una immaginifica gioiosa primordiale primavera.

Cromatiche visioni, le superiori, che hanno confermato in me un sincero apprezzamento per la personalità umana ed artistica del Messina.

Sempre dal catalogo ho potuto anche apprendere che lo Stesso, nella sua lunga e fruttuosa carriera creativa costellata da plurimi premi e riconoscimenti conseguiti in innumerevoli esposizioni e concorsi nazionali ed esteri, oltre ad essere stato l’esoterico artefice di una serie di francobolli per l’anno internazionale del bambino ha fatto anche parte della Società Teosofica Italiana, della quale è stato anche candidato alla Segreteria Generale.

Inoltre, l’immagine di Gaetano Messina che salta fuori dalle pagine del patinato libro è quella di un cittadino integerrimo che si è speso anche in prima persona per la risoluzione di problemi sociali contingenti, volontariato compreso, tentando, al limite delle sue possibilità, di risolverli. Ed alcuni li ha anche risolti con successo, tra i quali quello della titolarità della

Giuseppe Maggiore, scrittore e regista cinematrografico

ubicazione delle banchine per la targa Florio, titolarità reclamata da Buonfornello ma in realtà di pertinenza di Campofelice Roccella.

Personaggio carismatico, “Tanino”, rivela nelle sue opere la profondità del suo pensiero espresso graficamente e l’eccellenza delle sue pulsioni intimiste nelle quali lo stile rappresenta il leitmotiv precipuo che rende un soggetto semplice interessante, vivibile e godibile, ed in cui l’onnipresente verve affonda le sue radici nella chimica, nella fisica, nell’astrologìa, nella metallurgica e nella dimensione cosmogonica della materia.

Ph copertina:Gaetano Messina. Ph da sito teosofica.org

Giuseppe Maggiore

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