Le quattro stagioni

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Cefalù (Pa) – Se l’arte verosimilmente è espressione soggettiva, rivelatrice della propria identità interiore, mediata dal gusto, dalla manualità, dalla tecnica, dall’immancabile grado di cultura e dallo stile, si può facilmente dedurre che tutti siamo artisti nella misura in cui riusciamo ad esprimere fattivamente la nostra più intima visione dell’esistenza.

Come preambolo, overture, proemio, onda d’urto insomma o quant’altro, il superiore espresso concetto, scaturito da una mia radicata convinzione tuttavia condivisa dalla stragrande maggioranza delle opinioni e stimolato dalla mia consueta insonnia notturna, mi pare appropriato alla circostanza.

Parlo di preambolo, di overture e di quant’altro perché qui io mi limiterò a licenziare alcune mie marginali osservazioni sulle opere esposte in questo eclettico incontro artistico, demandando, poi, alla cosmica valenza della prorompente professoressa Rosalba Gallà di trattarne (so di buon luogo che ne tratterà!) con più dovizia di particolari nel prosieguo e con maggiore cognizione di causa non appena si renderà disponibile, assolti i suoi attuali importanti assunti impegni.

Circa, poi, ulteriori apprezzamenti sulla Medesima che io potrei fare, ma che sono ben lungi dal fare, per signorilità, per decenza, per amor di quieto vivere e per altro, mi trattengo, mi contengo, mi morigero, mi limito, mi freno, mi costringo al silenzio, umilio il mio pensiero, blocco la mia lingua, la mortifico, l’imprigiono, la metto in castigo, in ceppi, la privo della sua naturale libertà, le vieto lo scilinguagnolo, onde evitare che nella fantasia contorta di qualche benpensante anima plebea possa germinare una qualsiasi critica gratuita, espressa con cipiglio da sant’uffizio, circa i miei personalissimi modi di essere, assolutamente normali in un giovane come me (e non come qualche coscienza sconsiderata che mi dà del “nonno”abbacchiando la mia conquisa vanagloria di sempiterno ragazzo), che mi spingono con una qual certa irragionevolezza ad elogiare più le donne che gli uomini, soprattutto quelle che posseggono una certa spiccata dose di avvenenza che mi turba, che solletica l’amor proprio, che irrobustisce il vigore, che dà conferma alla certezza d’un domani e che, in una parola, fà stare meglio!…

Prendete, quindi, queste mie scarne righe come un virtuale preliminare assaggio di quelle più esaurienti, consistenti e definitive, che saranno espresse poi da colei che ho citato, Insegnante che sa il fatto suo, che è adusa a disquisire, ad interloquire, a dibattere, a concionare, più versata nel sociale che nel privato, ed alla quale, nella miriade dei suoi multiformi impegni che la vessano ma che la fanno vivere, manca soltanto (e sarebbe capacissima di farlo perché non si tira mai indietro quando si tratta del sociale) di reclamizzare anche le pentole con il fondo di terracotta che permettono alla frittata di non appiccicarsi al metallo ma di tracimare tranquillamente nel piatto quando si inclina la padella da un lato all’altro.

Quattro gatti, eravamo all’incontro, compresi i quattro autori (saremmo stati, quindi, otto? Quattro autori e quattro fruitori? Ma niente affatto! Eravamo solo quattro: gli autori non si contano. Ma, allora, perché li ho compresi nei cosiddetti quattro? E chi lo sa!).

Si, ma che gatti! Vorrei continuare anche dicendo: e che gatte! L’unico “mammone” ero io, per età, non certo per lignaggio e mi tengo ben lontano dall’accennare alla cultura.

Quindi, quattro gatti e qualche gatta. Entrambi, comunque, di pregio!

Non c’erano altri. Una povertà assoluta di fauna umana, femminile nella fattispecie, nella scenografica nuda magniloquenza dell’Ottagono del Santa Caterina, da taluno inteso anche di “Santa Sylvia” in onore di una stacanovista anfitriona in cui il presenzialismo in siffatte occasioni rappresenta il fiore all’occhiello della sua adamantina virtù (parlo, naturalmente, della volenterosa “ragazza immagine” Sylvia Patti, insostituibile icona in culturali incontri del genere; e di chi se non di lei?).

Perché, dunque, questa penuria, attesa la rinomanza degli autorevoli esponenti?

Ciò, forse, perché l’evento non m’è sembrato essere stato adeguatamente reclamizzato o, forse, anche perché il periodo, il momento storico, il giorno e l’ora, non siano stati i più opportuni.

Il fatto si è, ahimé, che ci troviamo in pieno meriggio elettorale e la gente (qui, si che si può a buon diritto parlare di idea fissa!) si lambicca il cervello non sapendo come fare per riuscire a votare bene senza deludere o scontentare nessuno degli amici che sono in lizza nell’agone elettorale. Porca miseria, si dovrebbe poter votare almeno una diecina di volte per far contenti tutti! Mah!

Posto ciò:

grazie alla lungimiranza del Sindaco Lapunzina, politico proclive a tutte le sollecitazioni culturali atte ad incrementare il prestigio della nostra città, si è aperta nello scorso giorno 5 la mostra di pittura e scultura dall’ambizioso titolo “Trame dell’anima”, promossa dai nostri quattro artisti conterranei: Catania, Di Nicola, Forte e Schittino.

Presenti con sculture, i primi due, e con opere pittoriche, i secondi.

I quattro “Cavalieri dell’Apocalisse” (Giovanni, insegna!), oserei chiamarli! O, se preferite, “I quattro dell’Ave Maria” (che poi, in realtà erano solamente tre); o, meglio ancora “Le Quattro Stagioni”!

Forse quest’ultimo slogan mi attrae di più, perché lo stile di ognuno di essi artisti, profondo ed incisivo, definisce una natura elegiaca, un’indole, una tendenza, un clima poetico che, come le stagioni, varia col mutare del tempo.

Connotazione, questa delle stagioni, nella quale Catania e Di Nicola rappresenterebbero rispettivamente l’inverno e l’autunno, attesa l’ermeticità delle loro creazioni; la Schittino, con le sue evanescenti nuvole ed i suoi rutilanti giochi di luce e Giuseppe Forte, con le sue serene paesaggistiche vedute, rispettivamente: la primavera e l’estate.

Se le attribuzioni stagionali non risultassero gradite agli interessati, che le cambiassero pure! Tanto, a me, che me ne viene?

E che il buon Dio li abbia in gloria tutti e quattro, i nostri autori: in “gloria” nel senso che li guardi sempre con la massima sua alta benevolenza, ispirandoli costantemente al meglio.

Queste nostre quattro anime elette, baciate dalla linfa creatrice, in buona sostanza rappresentano il prototipo dell’arte corrente nel panorama culturale del nostro comprensorio.

L’inaugurazione, patrocinata dal Comune, si è svolta alla presenza della prestante Assessora Antoniella Marinaro (nei cui dolcissimi occhi verdi la mia attenzione ha fatto un naufragio tale che quello fragoroso del Titanic mi fà semplicemente ridere), nonché colta relatrice, onnipresente in manifestazioni culturali di rilievo, la quale ha dato il là all’incontro in rappresentanza del Sindaco della città, Rosario Lapunzina, impegnato in ben altre importanti problematiche inerenti alla sua alta carica.

Successivamente ha avuto luogo una forbita disamina introduttiva della giammai abbastanza lodata Prof.ssa Rosalba Gallà (di cui nel pregresso s’é adeguatamente accennato), oggi anche new entry nell’agone politico pertinente alle elezioni comunali del prossimo 11 Giugno; relatrice che ha messo in debito rilievo la personalità degli Autori e la qualità ed il significato delle opere esposte e il cui capillare intervento ha suscitato un favorevole riscontro fra gli scelti astanti fra i quali, guarda caso, c’ero pure io.

E, se no, fatemi grazia, se non fossi stato presente, come avrei potuto fare, ora, a mandare ad effetto questa prolusione, dissertando sul Tizio, sul Caio, sul Filano e sulla Sempronia?

Per non dire su quant’altri?

Con una rapida pennellata, vi faccio un breve schizzo di tutti e quattro questi nostri autori, per altro universalmente conosciuti ed apprezzati:

– Sebastiano Catania, artista di talento dal ben fornito bagaglio operativo; ha partecipato a mostre personali e collettive con opere di pregio, ha istoriato porte e portali per conto di Organismi Religiosi ed Enti Culturali, ha realizzato statue, ha eseguito lavori su commissione per conto di privati e quant’altro.

Qui presente con una diecina di sculture in metallo (per non citare anche i monili di sapida fattura), opere indubbiamente originali indotte dalle irrefrenabili pulsioni della sua linfa creativa, con le quali pare che il Nostro abbia voluto giocare amalgamando stile e tecnica in un vortice compositivo di tutto rispetto, quasi un divertissement meccanico di elucubrata fattura, rendendo palpabile il concetto della cosiddetta “staticità del movimento”; mentre, invece, quell’altre, le terrecotte esposte altrove e sulle quali ho già in passato ampiamente dissertato cercando di coglierne i significati più reconditi, quell’altre, dicevo, soffuse di intenso coinvolgente erotismo, inducono ad apprezzare il genio dell’invenzione e la manualità realizzativa, attributi elargiti a piene mani dal talento innato dell’autore nella confezione delle stesse e nelle quali si riscontra il carattere sperimentale della ricerca dell’artista che si è espresso attraverso una molteplicità di motivi e di tecniche ed il cui incedere evolutivo non è stato mai condizionato o vincolato dalla limitatezza degli stessi materiali usati.

– Giovanni Di Nicola, artista sensitivo, riservato e modesto, le cui laboriose sculture preminentemente metalliche, nelle quali l’estrosità egregiamente si sposa con la tecnica creando degli originali contrasti nelle forme e nei contenuti, si rivelano frutto di un accurato studio e di una meticolosa composizione, elementi atti ad evidenziare la caleidoscopica personalità del Nostro, versato nell’esprimere se stesso attraverso le creazioni eseguite.

Di Nicola è un esecutore che adombra nella materia, virtuosamente modellata, intendimenti sociali non scevri di significati prorompenti che rivelano i suoi impulsi umanitari ed il suo interesse all’indagine. Per quanto l’interpretazione delle sue opere possa apparire difficile ad una prima lettura, si coglie in esse, tuttavia, la profondità del sentimento che plasma la materia secondo una personale selezione dell’immagine che si rivela adatta ad esplicitare i reconditi moti dello spirito; il suo modo di comporre trasmette al fruitore, dopo un’attenta riflessione, la conoscenza del suo profondo senso estetico.

D’altronde è solo l’artista che ci capisce bene in quello che fà. Gli altri si limitano a ricercare, così alla buona, le emozioni del momento che possono aver determinato un apprezzabile risultato.

L’arte di Di Nicola, nelle cui opere si riscontra un non indifferente impegno comunicativo tendente a trasmettere quella componente informale che l’artista individua nella scultura e nella lavorazione del metallo, suscita stupore e curiosità per quel senso destabilizzante legato all’eccezionale matericità di cui le sue opere sono pregne.

– Giuseppe Forte, artista baciato continuativamente da un’ispirazione costante ed indefessa (mentre gli altri producono quando l’ispirazione li supporta, lui l’ispirazione ce l’ha sempre: lavora ogni giorno, dalle 8 alle 18, con brevi intervalli, forse per i pasti o per altri fisiologici motivi, sfornando un dipinto dopo l’altro senza interruzione di continuità. Le sue tele esposte, pregevoli tuttavia, connotano paesaggi, anfratti, rustici, vedute di immediato impatto sul fruitore.

Quasi una diecina di dipinti consoni alla sua poliedrica irrefrenabile attività. E chi non lo conosce con tutte le riviste ed i giornali che hanno parlato e parlano di lui, me compreso, è un irrecuperabile gnorri!

Le sue tematiche, che scorazzano dalle vedute paesaggistiche anzidette ai ritratti di Cristi, Santi e Madonne col Bambino colmano una galleria di ragguardevoli proporzioni. Toglietegli l’uzzolo di effigiare tali sacrali soggetti e gli avrete rovinato la giornata. Ha fatto, si, anche in passato qualche puntata con disegni che ritraggono discinte femminili figure, ritratti pregevoli e di pregevole impatto; ma pare che se ne sia subito pentito ritornando al casto. Mi dispiace per lui e soprattutto…per noi!

– Silvana Schittino: pittrice estrosa, scultrice, maestra dell’informale, nonché ricercatrice storica delle origini del centro di Lascari nel quale ella vive. Le sue opere rispecchiano inevitabilmente la sua perspicace visione del circostante mediata dalla linfa creatrice che la anima.

I suoi azzurri, le sue evanescenti chiazze di colore, il suo senso etereo che il pastellare connota, dànno conto delle pulsioni del personaggio e fanno di lei un’inguaribile sognatrice.

Tutti e quattro gli autori iniziati da varie Scuole d’Arte e da successive Accademie, hanno, poi, diplomatisi, insegnato, chi più chi meno, presso Istituti del ramo.

Le opere, dagli originalissimi titoli, quali “Giochi d’equilibrio”, “Equilibri verticali”, “Funambolo” ed altri, d’un inusitato Catania e “Sulla famiglia arcobaleno”, “Sulle congreghe e le lobby”, “Ambita gabbia sociale” d’un introspettivo Di Nicola e “I boschi immersi nella luce”, “Sulle pietre del giorno”, “Tra noi e il cielo” d’una evanescente Schittino, oltre alle visioni paesaggistiche di rara fattura del Forte, di cui s’é detto, unici dipinti, questi ultimi, che si discostano dalla necessità di una laboriosa interpretazione, mostrano, comunque, virtuosa fattura e meticolosa accurata composizione.

A far corona all’incontro, fra i più noti, oltre me naturalmente, anche la Prof.ssa e pittrice Giovanna Ilardo, nativa di Lascari ma trapiantata in Lombardìa, la Sig.ra Salva Tagliavia, moglie dello scultore Catania, la Sig.ra Di Fatta Patrizia, la Sig.ra Sabrina, sorella della esponente Schittino e dulcis in fundo, la prefata Sylvia Patti, i cui occhi colorati competono con quelli della Marinaro inondando d’una luce verde l’intero complesso architettonico.

Con questa attraente fanciulla, in loco, ho avuto modo d’intessere spericolati intelligenti conversari che hanno lenito la mia inestinguibile sete del bello…

Pippo Maggiore

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