“Io non c’ero…”

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da sx: Mannino, Rossi e Nazio

 

Prefazione del Ministro Orlando

Roma – Riportiamo per i lettori del nostro giornale la prefazione al libro “Io non c’ero…” a firma del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando. «Cosa sanno i giovanissimi di Falcone e Borsellino? Porci la domanda del libro di Nicolò Mannino e Pino Nazio è il modo migliore per corrispondere all’affermazione per cui il peggior nemico della mafia è la scuola. Per essere realmente alla sua altezza. A venticinque anni da Capaci e via D’Amelio, Mannino e Nazio, con la collaborazione di altri autori, forniscono un contributo prezioso. Proprio perché pongono la domanda giusta. Proprio perché parlano ai più giovani e ci parlano di loro, della loro conoscenza del fenomeno mafioso. Per questo dobbiamo ringraziare tutti gli studenti, i docenti e i dirigenti scolastici che hanno contribuito a realizzare la ricerca sulla percezione del fenomeno della mafia tra i giovanissimi: le loro risposte sono preziose per comprendere come trasmettere sempre di più la consapevolezza del valore dell’antimafia tra gli studenti. Sono essenziali per un lavoro concreto di antimafia sociale. Anna Germoni e Pino Nazio collocano Capaci e via D’Amelio nel contesto di una delle fasi più difficili della storia italiana recente: la cronaca diventa narrazione storica, intersecandosi con il contesto politico e istituzionale e restituendo la determinazione, la tenacia e la professionalità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Così il giovane lettore può toccare con mano quello che Vito D’Ambrosio, in un passaggio riportato nel testo, diceva su Giovanni Falcone: “Certamente e propriamente può definirsi un punto di riferimento unico, perché unica è la situazione operativa in cui agisce e perché unico è il patrimonio conoscitivo, operativo e tecnico che è riuscito ad accumulare in un contesto come quello palermitano”. Il libro non nasconde la drammatica solitudine di Falcone e Borsellino, né i conflitti che hanno caratterizzato la loro esperienza. Allarga inoltre opportunamente lo sguardo alle stragi di mafia dal dopoguerra, alle donne morte per mafia, alla storia dell’antiracket dal 1990 a oggi. Da questo affresco, i giovanissimi lettori sapranno trarre alcune lezioni e farne oggetto delle loro discussioni e dei loro confronti. Forse, tra tutte, la lezione più importante di quell’esperienza dei servitori dello Stato riguarda la fine del mito dell’invincibilità della mafia. I giovanissimi devono sapere che la mafia non è un destino ineluttabile né un dato immodificabile. Devono sapere che la mafia non ha vinto, che lo Stato ha saputo difendersi, grazie al sacrificio di tanti, e continua a difendersi, grazie al lavoro dei magistrati e delle forze dell’ordine. Ma la mafia non ha nemmeno perso. Per questo occorre rilanciare un’antimafia sociale, capace di parlare alle nuove generazioni e in grado di guardare alle trasformazioni del fenomeno mafioso, al carattere proteiforme delle mafie economiche, all’incunearsi della mafia nei punti di vulnerabilità del sistema. Questo è un compito istituzionale e culturale che oggi cerchiamo di portare avanti con gli Stati generali dell’Antimafia. Tutto il libro costituisce un filo rosso che è legato al rapporto tra chi c’era e chi non c’era. Alla volontà di restituire un esempio di vita e di servizio dello Stato a chi non ha vissuto quei giorni di venticinque anni fa e non ha un ricordo personale del 23 maggio e del 19 luglio 1992. È la memoria che si fa storia, non per fornire una semplice testimonianza, ma per invitarci a essere eredi consapevoli, in questo tempo della storia d’Italia». (Andrea Orlando)

longo@gdmed.it

Giuseppe Longo

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