La natura mista dei corpi/opere di Rori Palazzo

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Palermo – Chi di noi è Edipo qui?Chi la Sfinge?Sembra che si siano dati convegno interrogazioni e punti interrogativi.

F. Nietzsche, Al di là del bene e del male

L’opera di Fernand Khnopff L`arte o la Sfinge o le carezze (1896) incarna l’archetipo della femme fatale, iconografia ricorrente nel simbolismo europeo di fine Ottocento. L’Edipo dipinto da Khnopff è una figura androgina; vulnerabile e deciso al contempo, si regge su uno scettro che tiene saldo, pronto a brandirlo per difendersi. Accanto vi è la sfinge, creatura enigmatica per eccellenza, metà donna e metà felino che, nonostante si appoggi a lui con volto beato e sensualità animale, mostra le zampe posteriori tese, pronte all’attacco.

Entrambe le figure svelano la loro doppia natura e incontrandosi si carezzano; il raziocinio ha vinto sulla bestialità ma questa vittoria – l’aver risolto l’enigma posto dalla sfinge – porterà Edipo alla tragedia, la sua intelligenza è anche la sua cecità, poiché premio di questa vittoria sarà per lui, – inconsapevole – uccidere il padre e sposare la madre.

Rori Palazzo parte da quest’immagine per costruirne una nuova, che ne ribalta le sorti; la sfinge – la riconosciamo dalle gambe maculate e dal volto spigoloso e sognante – è uomo e donna al contempo e tiene tra le mani, come un oggetto caro, il corpo vulnerabile di Edipo dalle morbide fattezze femminee. La figura di Edipo è incompleta, non ha più gambe né volto, è privato del suo essere individuo poiché è inserito, come una perfetta forma ad incastro, nel corpo della sfinge che ormai, appagata, lo accoglie nel suo grembo come parte di sé.

Le fotografie di Rori Palazzo abitano in un’atmosfera sospesa che si nutre dell’immaginario surrealista e del potere evocativo del mito ma, nel momento in cui esistono come composizione, acquisiscono un’intensità d’immagine che le rende possibili, restituendo concretezza al pensiero evocato.

Il tema della metamorfosi ritorna nella fotografia della Medusa, dove in primo piano emergono gli occhi che pietrificano e i capelli che imitano il fluire agitato delle spire dei serpenti. Il corpo giace immobile e nudo, le forme sembrano quasi svanire nell’aria densa, mentre la bocca chiusa e carnosa racconta la terribilità dei suoi misfatti. La temibile divinità pre-olimpica aspetta inerme l’arrivo di Perseo, il solo che, grazie all’aiuto degli dei, metterà fine alla sua vita tagliandole la testa, come illustra una delle più note metope del tempio C di Selinunte.

Restiamo nel territorio dell’ibrido davanti alla terza fotografia della serie: Il satiro. Creatura filiforme dai tratti misti, ritratto nel momento di sosta dopo i rituali di danza, appare sospeso più che immobile; il capo ricciuto e le corna poggiate al suo fianco, ne rivelano la natura semidivina, metà uomo e metà capro. La lunga gonna che copre interamente le zampe, dichiara la sua appartenenza al thiasos dionisiaco, spazio di metamorfosi e danza al quale i satiri accedono direttamente bevendo vino puro: «quel fuoco liquido che solo Dioniso controlla, e che conferisce a questi esseri ibridi una prodigiosa abilità, permette loro di librarsi della pesantezza, di superare le frontiere della condizione umana, assolutamente non in direzione della bestialità, ma, per una volta, librandosi in una leggerezza sovrannaturale». Così il satiro di Rori Palazzo racconta fiero la sua natura mista: le sue gambe leggere e sottili fanno da specchio a quelle da capro nascoste sotto la lunga gonna nera, mentre la mano aperta rimanda alla vitalità della danza, che invece sembra essere svanita nel resto del corpo, chiuso in una perfetta armonia formale.

Giulia Ingarao

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