Cavea

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Cavea, spazio circoscritto a guisa di anfiteatro dove anticamente si effettuavano rappresentazioni e cerimonie di vario tipo

Quanto sopra, tanto per coniare un incipit

Cefalù (Pa) – Il termine cavea oggi circoscrive una radura fra le rocce a ridosso della megalitica Rocca di Cefalù (prendasi visione del testo “L’eccelsa Rupe” di Rosario Ilardo, studio analitico dato alle stampe per i tipi di “Studi Medievali” di Palermo nel Marzo del 2013) a suo tempo determinatasi per la scarsa lungimiranza degli amministratori della città del primo novecento, i quali, sicuramente a scopo di impinguare la consistenza monetaria delle casse del Comune, hanno permesso a ditte private di poter sfaldare le propaggini della immane rupe per l’estrazione della pietra denominata lumachella, elemento indispensabile per la produzione della calce con la cottura nelle fornaci dette calcare (lavorazione oggi non più in uso se non in altra più vasta dimensione industriale); contribuendo in tal modo alla marginale disgregazione della detta Rocca ma, nel contempo ed inconsapevolmente, fornendo l’abbrivo ai futuri per creare uno spazio circoscritto che oggi, a mò di arena all’aperto, viene utilizzato per incontri culturali e/o manifestazioni artistiche, conferenze e quant’altro.

Non vi ero mai stato, quantunque il sito, ampiamente reclamizzato, visitato ed utilizzato, sia in funzione già da qualche anno.

Così cortesemente invitato dalla Professoressa Miriam Cerami, personaggio aduso alla indizione di manifestazioni culturali e, sconoscendo io il luogo, indirizzato dalla benevolenza di alcuni volenterosi ciceroni, alle 21 mi sono recato nel sito e dopo aver posteggiato e salutato gli anfitrioni della serata che mi hanno ricevuto, ho preso posto in una delle numerose poltroncine disposte a semicerchio dinanzi ad una artificialmente illuminata ribalta ed ho atteso l’inizio della manifestazione, che, con qualche inevitabile ritardo, ha preso piede con la presentazione officiata dalla predetta infaticabile Miriam.

Trovo utile ed appropriato a questo punto, al fine di proporre notizie certe e non campate sul si dice inerenti al sito e agli intendimenti della serata nonché alle precedenti manifestazioni ivi tenutesi, avvalermi della fonte più che attendibile, reperibile in loco, che rinvengo nella persona della stessa conduttrice e realizzatrice del convegno, Miriam Cerami (e chi se non lei!), giovanissima valente docente dal tratto semplice e cordiale, scrittrice prolifica, vero emblema della conterranea bellezza mediterranea tutta acqua e sapone.

Lo confesso a mio estremo vituperio, mi trovo meglio a discorrere con le donne che con gli uomini. Chissà perché!

E così, trovandomi a pochi passi da lei, prima ancora che lo spettacolo iniziasse, colgo a volo l’occasione, la fermo e le chiedo di poterla intervistare.

Graziosamente addiviene ai miei desiderata.

Alla mia precisa domanda iniziale, in merito al presente evento, così per sommi capi mi risponde:

E’ il quinto anno che viviamo questo spazio meraviglioso, sito di importanza comunitaria, eletto ad incontri culturali grazie alla perseveranza del Vicesindaco Enzo Terrasi; ed è il terzo anno che prende vita il Cavea’s friends festival, manifestazione che include momenti di poesìa, di musica, di danza e di sport, che vede impegnata l’Associazione FareAmbiente Cefalù-Madonìe con la sua instancabile presidentessa Salva Mancinelli, volontari, esercenti e cittadini che con entusiasmo sostengono l’intera manifestazione promossa dalla locale Amministrazione Comunale”.

Si, ma la tematica di stasera? – curioso ancora io.

” Stasera avremo modo di riflettere e approfondire alcuni aspetti legati al grano di Sicilia in riferimento al culto di San Calogero. Difatti, al centro delle pratiche devozionali, pane e grano si pongono quali simboli fondanti di una religiosità contadina agraria”.

Ed è la prima edizione, questa Cavea’s friends festival?

No, come ho già detto prima questo è il terzo anno in cui ha preso piede questa manifestazione. Nella prima edizione i numerosi relatori ci fecero conoscere questo luogo magico che offre molteplici spunti di approfondimento: da quello architettonico-artistico (ruderi della Chiesa medievale di San Calogero) a quello antropologico (le calcare), da quello naturalistico (pensiamo alle trecento specie vegetali esistenti in circa quaranta ettari di cui è composta la Rocca) a quello geologico (per la qualità della pietra detta lumachella); l’anno scorso si è parlato di San Calogero e del legame con la produzione della calce, considerato che il Santo Calogero è venerato in alcune località della Sicilia dai gessai. Quest’anno, invece, focalizziamo una serata dedicata al grano che trova connessioni con il Santo eremita Calogero e la nostra Cefalù nella quale sino agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso si produceva e moliva il prezioso cereale come testimoniano i numerosi mulini ad acqua in buona parte ormai non più esistenti dislocati nelle contrade Santa Barbara, Presidiana e Carbone ed i 15 mulini presenti lungo la vallata del torrente Pietrapollastra; e ancora la presenza di due mulini elettrici (quello del Sig.Matassa che si trovava in un magazzino di Palazzo Turrisi e quello del Sig. Barranco ubicato dove oggi vi è l’Olivetti in Piazza San Francesco)…”

Ma, per quanto attiene alla tanto decantata coltivazione del grano? –

“…Beh, Cefalù possedeva aree destinate alla coltivazione del grano ed alla trebbiatura (ad esempio, si coltivava e si spagliava sulla Rocca, nel pianoro di Santa Lucia, al Villaggio dei Pescatori, in contrada Santa Barbara, in contrada Guarneri, a Gibilmanna, solo per citarne alcune). Prima si trebbiava a mano; poi con l’avanzare del tecnicismo e con l’introduzione delle trebbie meccaniche fu una gran festa; lo ricordano bene i nostri paesani di una certa età che hanno sopportato la fatica del lavoro. Nino Gugliuzza e Sandro Varzi mi hanno fatto vedere alcune fotografie che ritraggono campi di grano e mi hanno mostrato anche un cedolino prestampato pronto per la compilazione in base all’anno, al nome ed al quantitativo del grano da molire, conservato al museo Mandralisca…

Beh, adesso, se vuole scusarmi, ma debbo introdurre lo spettacolo…”.

E con un coinvolgente smagliante sorriso, che le è proprio e che irradia il suo viso di una luce verginale, mi lascia alle considerazioni su quanto mi ha detto, dopo aver accettato tutti i miei sentiti ringraziamenti…

Se non avessi contattato lei, non so come avrei potuto sciorinare tutte le notizie che con estrema grazia mi ha ammannito.

Rapida e flessuosa come una gazzella sguscia via dal mio fianco e si proietta sul palco prendendo il microfono e presentando Serena Noce, una giovane cantante dell’ultima generazione, che viene ad interpretare una canzone dal titolo “Sicilia fu chiamata“, testo del conosciutissimo poeta Antonio Barracato e musica del noto poliedrico musicista Serafino Barbera.

Così passo a godermi lo spettacolo anch’io, da semplice spettatore qual sono.

Serena Noce vive a Collesano; ha una grande passione per la musica ed ha intrapreso a cantare da quando aveva soli 15 anni. Apprendo che presto uscirà un suo cd, formato da otto canzoni scritte dall’inesauribile Antonio Barracato, arrangiate dal M° Castelluzzo e musicate da Serafino Barbera.

Alla dolce profferta melodìa esibita dalla bravissima Serena, che si conclude con un sentito nutritissimo applauso, segue una relazione di Alfonso Salvatore Frenda sulle differenze nutritive e organolettiche delle specie di grano antico e moderno di Sicilia con particolare riferimento alla tradizione ed innovazione nella filiera del grano duro in Sicilia. Nella sua forbita prolusione l’oratore parla del cereale a partire addirittura da 12.000 anni fa e ne affronta tutti gli aspetti evolutivi e la variabilità.

Alfonso Salvatore Frenda è ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali di Palermo. Le sue ricerche riguardano gli aspetti agronomici, coltivazioni erbacee ed attività dimostrativa e di trasferimento. E’ insegnante di Produzioni erbacee e tecnica agronomica dell’irrigazione, colture cerealicole e proteaginose, qualità nel post raccolta delle colture erbacee e controllo della flora spontanea. Si occupa anche di diversi progetti didattici legati all’agroingegneria, all’imprenditorialità e qualità per il sistema agroalimentare e scienze e tecnologìe agrarie. E’ autore di oltre 120 pubblicazioni scientifiche a carattere sperimentale e divulgativo presentate a convegni nazionali ed interrnazionali.

Dopo la sua più che forbita relazione, nell’economia del programma si insinua un intermezzo teatrale dal titolo “Il tempo del grano“.

Il testo, scritto da Caterina Di Francesca, attrice di vaglia già adusa a ribalte e a set cinematografici, e da Serena Lao, è incentrato proprio sul tema del grano. I canti popolari profferti sono arrangiati da Franco Restivo, mentre gli attori, la stessa Di Francesca, lo stesso Restivo e l’intramontabile Arturo Manera si esibiscono in canti e recitazione.

All’intermezzo segue un’altra relazione a cura di Antonio Frenda sui significati culturali-etnologici dei pani votivi (pupi) offerti al Santo Calogero.

Antonio Frenda insegna Antropologìa culturale presso lo “Studio Teologico San Gregorio Agrigentino” e collabora con la Fondazione Ignazio Buttitta nell’ambito di indagini incentrate sul simbolismo cerimoniale dei pani votivi di San Giuseppe e San Calogero in Sicilia. Tra le sue pubblicazioni più importanti: L’eremita, Il cacciatore e la cerva, Iconografia e Antropologìa del sacro nel culto di San Calogero in Sicilia, Calogero dei Migranti, Religiosità tradizionale e immigrazione nelle feste di San Calogero nell’agrigentino, I luoghi degli zolfi selinuntini, Architettura, miti e simboli di Monte San Calogero a Sciacca.

Scopro, insomma, che questo Santo, San Calogero, ripetutamente nominato e osannato, ha una sua importanza ecclesiale e culturale, quando prima io non gli avrei dato nemmeno mezza lira.

Vedi la mia palese incultura!

A questo punto interviene, ex abrupto, un apprezzatissimo fuori programma, offerto dalla verve della nota pluripremiata poetessa Margherita Neri Novi che ha recitato la sua poesìa “Coccia d’oru“.

Ancora la brava Serena Noce interpreta una delle canzoni più famose del repertorio di Rosa Balistreri, cantastorie italiana che tanto ha amato e cantato la Sicilia, producendosi nella melodìa “Cu ti lu dissi“: ennesimo canto d’amore verso la nostra terra verde d’agrumeti ma anche, in alcune sue parti, assolata e sterile.

Presente in luogo il gota delle autorità cittadine capeggiate dal Sindaco, Rosario Lapunzina, che ha concluso con un suo mirato intervento la piacevole serata: Antoniella Marinaro, Rosalba Gallà, Salva Mancinella (tutte pimpanti, preparate e capaci, queste nostre politiche fanciulle salite alla ribalta cittadina in quest’ultima tornata elettorale), Enzo Terrasi, Vincenzo Garbo, Pasquale Fatta; ed inoltre, Agricoltori e Ristoratori di varia provenienza, da Petralia Sottana, da Tusa, da Santo Stefano di Camastra, da Roccapalumba, da Scillato.

Ha registrato la serata in video l’esperto amico Francesco Musotto.

A conclusione del piacevole ed interessante incontro sono state offerte spighe di frumento intrecciate alle signore, a cura di Pino Pollina, proprietario del mulino “Fiaccati” di Roccapalumba; e prugne di Scillato a cura di Giovanni Capizzi.

Salvina Mirenna è stata la laboriosa fotografa di scena ed il palco è stato arredato a cura del Tenente Colonnello Antonino D’Agostino, Comandante della Base Logistica Addestrativa N. Botta.

Infine sono stati offerti al pubblico assaggi vari di pane e paté, “pane cunsatu”, pane e olive, pane e olio, generi alimentari che sono risultati saporosamente molto graditi e che, malgrado l’ora tarda, hanno risvegliato l’ingordigia di qualche semiaddormentato.

Hanno validamente contribuito a tale elargizione di farinacei: la Baguette e Moderna Panetteria della nostra Via Roma, il Panificio “Da Nino“, quell’altro “Pane, Amore e Fantasìa“, il “Non solo pane” dei Fratelli Tobìa di Via Spinuzza, il “Panificio Cusimano” di Via Vanni”, “L’antico forno” di Rosario Oddo di Via Caracciolo e Simone Lazzara che ha offerto prodotti del suo “Market FoodSicily“.

La Signora Lidia Di Marco del detto panificio “Da Nino” ha realizzato uno splendido quadro di pane che raffigura l’acquedotto romano; ed il mulino ad acqua inteso “Mulinazzo” o “Mulino Ventu” ed i mastri fornai Enzo, Salvatore, Andrea e Vincenzo del citato Panificio “La Baguette” hanno raffigurata in un’altra composizione la Cattedrale di Cefalù.

Agli ospiti ed ai tecnici, Sigg. Cammarata, sono state consegnate tegole armoniosamente decorate; ed a tutti i Panifici coinvolti, significativi attestati di riconoscenza.

Se ho dimenticato qualcuno o qualcosa, non me ne si voglia, né mi si auguri il capestro.

Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra!

Nel contempo ringrazio la prefata Miriam Cerami per l’accuratezza delle notizie fornitemi, senza le quali non mi sarebbe stato agevole dilungarmi sugli accadimenti pregressi ed i personaggi trattati.

Giuseppe Maggiore

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