Spartaco. schiavi e padroni a Roma”: Heiliger Spartakus

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Camillo Miola, Orazio in villa, olio su tela, Napoli, Museo di Capodimonte
“Lanternarius addormentato”. Su concessione del ministero per i Beni e le Attività Culturali – Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma

Roma – “Spartaco. schiavi e padroni a Roma”. Museo dell’Ara Pacis. 250 reperti archeologici, 10 fotografie e installazioni audio-video per un racconto immersivo. Suoni, voci e ambientazioni riportano in vita il complesso mondo degli schiavi nell’antica Roma a partire dall’ultima grande rivolta guidata da Spartaco tra il 73 e il 71 a.C. Riportiamo per i lettori l’intervento di Luciano Canfora, “Heiliger Spartakus”.

Heiliger Spartakus” di Luciano Canfora. «Per insultare Antonio, Cicerone, nella “Seconda Filippica”, lo gratifica dell’appellativo “Spartaco!”. Spartaco aveva lasciato un ricordo indelebile nella coscienza dei ceti dirigenti romani perché era parso giungere quasi a colpire la repubblica imperiale al cuore. Nondimeno, come già Annibale, si ritrasse di fronte al passo finale e possibilmente decisivo. Verre era stato il bersaglio di una durissima azione giudiziaria di cui Cicerone fu il protagonista assoluto; Cicerone nelle “Verrine” lo descrive nel modo più ostile e infamante; e tuttavia Verre aveva in comune con Cicerone il terror panico degli effetti della rivolta di Spartaco. Si vantava, Verre, di aver contribuito ad impedire che il contagio di Spartaco si estendesse alla Sicilia. Di fronte a questa “benemerenza” di Verre, Cicerone non riesce a trovare forti argomenti in senso contrario: i due avversari sono affratellati nell’odio e nella paura suscitati da Spartaco. Il cui effetto principale dal punto di vista politico era stata l’attribuzione a Crasso, futuro triumviro, e di lì a poco console insieme con Pompeo, di poteri straordinari: la repubblica, pur di fermare l’armata degli schiavi, era pronta a cedere ad un generale straricco buona parte della sua preziosa “libertas”. Non si seppe mai dove fosse sepolto il corpo di Spartaco. Questo significa probabilmente che qualcuno volle impedire che il suo corpo venisse esposto lungo la via Appia insieme alle migliaia di schiavi crocifissi. Fare scomparire quel corpo era forse un modo per mantener vivo il mito di Spartaco, altrimenti si dovrà supporre che i vincitori volessero impedire che il luogo della sua sepoltura divenisse meta e oggetto di culto. Non abbiamo una storiografia che rispecchi il pensiero, gli intendimenti e le sofferenze delle masse di schiavi; al più, immaginiamo il contenuto di opere interessanti e paternalistiche come quella di Cecilio di Calatte, cui attinse probabilmente Diodoro Siculo; conosciamo abbastanza bene il pensiero altrettanto paternalistico di un filosofo geniale come Posidonio intorno alle cause delle guerre servili. Siamo perciò costretti a fare non più che ipotesi se ci chiediamo quanto a lungo il mito di Spartaco sia vissuto tra coloro che non erano in grado di raccontare la propria storia. Il fatto però che non ci sia rimasta traccia diretta del mondo dei vinti non significa che quel mondo non funzionasse secondo dinamiche non dissimili da quelle del mondo dei vincitori e magari in alcuni casi le ricalcasse. È sempre parso singolare che gli schiavi minerari dell’Attica si siano ribellati quasi contemporaneamente alla prima rivolta degli schiavi siciliani e alla ribellione di Aristonico a Pergamo. Uno storico tedesco molto acuto e molto reazionario di epoca weimeriana, Ulrich Kahrstedt, parlava – a proposito di tali coincidenze – di “internazionale degli schiavi”. Scriveva negli anni di maggior vigore della Terza internazionale e la suggestione contemporanea guidava la sua penna. Si dice di solito che, dopo la repressione della guerra di Spartaco durata quasi tre anni, ribellioni di quel genere non ce ne furono più per secoli. Questa però potrebbe essere una semplificazione dovuta a carenza di dati. Molto probabilmente fenomeni di inquietudine e ribellismo, frantumati e dispersi né più collegati in una azione coordinata, ci poterono essere, ma non ne è rimasta traccia. Il prode Verre aveva disposto che venisse punito qualunque schiavo trovato in possesso di qualcosa che rassomigliasse ad un’arma. Questo significa che si paventò a lungo che un fenomeno di tipo spartachiano si riproducesse. Nelle “Res gestae” Augusto si vanta “di aver restituito ai padroni perché li punissero (supplicium sumerent) trentamila schiavi” (§ 25). Il ribellismo aveva da tempo preso la forma della fuga dal coatto posto di lavoro. Qualche foglio pergamenaceo di una copia medievale delle “Historiae” di Sallustio è sopravvissuto e per caso contiene dettagli della guerra di Spartaco. Dal lungo testo superstite e relativo a singoli episodi di quella guerra deduciamo che Sallustio dedicava grande spazio alla vicenda. Già in questi frammenti si coglie un atteggiamento di rispetto verso quei combattenti. Sallustio era un adolescente, al più diciottenne, quando la guerra di Spartaco volgeva al termine. Era di origine italica e l’Italia era stato il teatro della guerra di Spartaco. Dunque Sallustio potrebbe raccontare cose viste o raccontategli da testimoni diretti. Come spiegare il suo tono? Esso comunque non ci deve sorprendere. Basti pensare alla pagina finale del “De Catilinae coniuratione” che è un monumento al coraggio e all’eroismo dei catilinari sconfitti e morti tutti sul campo di battaglia presso Pistoia. Non va dimenticato nemmeno che Sallustio è lo storico, approdato a tale mestiere dopo una tormentata carriera politica, capace di porsi dal punto di vista dei nemici dell’imperialismo romano: nella celebre lettera di Mitridate ad Arsace, che è un altro cospicuo frammento delle “Historiae” giuntoci in una antologia oratoria conservata in un prezioso manoscritto vaticano. L’intelligenza precorritrice di Sallustio viene per lo più sminuita e la stessa sua qualità di storico messa in dubbio. È importante invece che, ad appena pochi decenni dalla fine della guerra di Spartaco, un senatore romano travolto dalle guerre civili, e sospinto ai margini e ridotto a scrivere storia, abbia così precocemente intuito le crepe che avrebbero alla lunga intaccato la costruzione imperiale: e abbia posto attenzione agli schiavi e alle ragioni dei nemici esterni, non disposti a sottomettersi. Gli storici greci di età imperiale – Plutarco e Appiano, all’inizio e alla fine del II sec. – ci hanno lasciato alcune pagine memorabili sulla guerra di Spartaco: Plutarco ponendo soprattutto l’accento sulla umanità e la saggezza e scaltrezza tattica di Spartaco; Appiano dedicando attenzione all’embrione di organizzazione sociale di carattere comunistico che Spartaco tentò di instaurare nella sua armata e nei territori che veniva via via liberando. Sono questi i segni più vistosi del progressivo consolidarsi, anche nel mondo dei “vincitori”, del mito di Spartaco nei secoli successivi. Si cita talvolta la spiritosa esclamazione aforistica di un curioso e tormentato giacobino tedesco Johann Gottfried Seume (1763-1810): «o santo Spartaco, prega per noi», modellata ironicamente sulla celebre esclamazione erasmiana “o sancte Socrates, ora pro nobis”. Ma prima di lui possiamo collocare analoghe prese di posizione di due diversissimi pensatori settecenteschi: Voltaire per un verso e Herder per l’altro. Nel “Dictionnaire philosophique” Voltaire dedica alla schiavitù antica e moderna una voce, “Esclaves”, nella quale si legge che i peggiori persecutori degli schiavi furono gli Ateniesi, gli Spartani, i Romani e i Cartaginesi, i quali tutti – egli scrive – “produssero le leggi più repressive contro gli schiavi”. E Voltaire commenta: “bisogna riconoscere che di tutte le guerre [combattute dall’umanità] quella di Spartaco fu la più giusta e, forse, la sola giusta”. Herder dedica un paragrafo delle “Idee per una filosofia della storia dell’umanità” (1787) alla condizione degli schiavi nel mondo romano e in particolare a Spartaco. Anch’egli riconosce a Spartaco “Muth und Klugheit” (coraggio e intelligenza), ma la cosa più interessante di quella pagina è il tentativo di tracciare una parabola storica imperniata sul fenomeno della progressiva influenza sociale e politica dei liberti in età imperiale. Parabola – quasi una nemesi – che lo porta a concludere così: «in questo modo Roma fu punita da Roma stessa; gli oppressori del mondo divennero umili schiavi dei più stravaganti tra gli schiavi». Era una anticipazione della celebre dialettica hegeliana del servo-padrone. Una intuizione di Hegel sulla quale converrebbe meditare ancora oggi che la schiavitù ritorna». (Luciano Canfora)

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Giuseppe Longo

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